


di Vittorio Agnoletto
Come arrestare l'"invasione" dei prodotti cinesi sui mercati europei? Cambiando le regole dell'Organizzazione mondiale del commercio (OMC) che i Paesi più ricchi hanno imposto agli Stati emergenti? Investendo in ricerca e sviluppo per riqualificare le nostre produzioni storiche sul mercato globale? Diffondendo standard minimi di protezione sindacale, ambientale e sociale fra i membri della stessa OMC? Nulla di tutto ciò, basta innalzare dazi - di memoria medievale – alle frontiere dei settori economici che più ci spaventano e tirare a campare.
Proprio quello che è successo nei giorni scorsi
a Bruxelles. Il responsabile del commercio per la Commissione europea, Peter
Mandelson, ha proposto un sistema di tariffe provvisorie del 19,4% per le scarpe
cinesi e del 16,8 % per quelle vietnamite a partire dal prossimo 7 aprile. Il
significato di tale proposta non sarebbe quello di punire i due Paesi asiatici
per la loro "naturale" maggiore competitività, quanto piuttosto per riportare ad
un livello di equità pratiche commerciali ritenute, appunto, inique. I prodotti
interessati dal provvedimento saranno in particolare le scarpe in cuoio, escluse
quelle per bambini e le calzature sportive. Il loro prezzo aumenterà di 1,5 euro
su un prezzo di 8,5 e interesserà nove paia di scarpe su cento, rivendute al
dettaglio tra i 30 e i 100 euro. La durata delle misure cosiddette anti dumping
sarà di cinque mesi. Saranno applicate progressivamente, arrivando solo al
termine del periodo stabilito alle percentuali predefinite.
Applausi dai Paesi UE produttori di scarpe (Italia, Spagna, Grecia e
Portogallo), anche se, come dichiarato dai più agguerriti sostenitori dei dazi,
sia imprenditori che politici, si poteva fare di più. Freddi, molto freddi, Gran
Bretagna e Paesi scandinavi.
Ciò che non si dice, o più probabilmente si sceglie di non considerare, è che per dieci anni l'Unione europea e gli Stati Uniti hanno guidato le trattative per l'entrata della Cina nel club esclusivo (nel senso di riservato a pochi!) dell'Organizzazione mondiale del commercio, imponendo l’accettazione del suo dogma liberista. E ora che Pechino ha superato i suoi maestri nell’applicazione di tale dogma, non riusciamo a far nulla di meglio che gridare al lupo al lupo. Sarebbe molto più serio cogliere l’occasione per riconoscere che quelle che l’Europa, e l’Italia in particolare, stanno vivendo non sono altro che le conseguenze di una globalizzazione selvaggia, gestita attraverso la convinzione che il mercato, lasciato a se stesso, sia in grado di regolare autonomamente le dinamica economica e sociale e garantire un benessere collettivo e uno sviluppo equilibrato.
L’Europa di cui abbiamo bisogno è un’Europa capace di sostenere un nuovo paradigma economico che ponga al centro degli scambi internazionali il rispetto dei diritti umani fondamentali. Che si adoperi per promuovere nelle diverse istanze internazionali la dignità dei lavoratori e delle lavoratrici. Una Unione europea che realizzi normative atte a valorizzare marchi e certificati di origine in grado di accertare la provenienza geografica e il rispetto delle regole sociali e ambientali. Senza la riforma radicale delle regole del commercio internazionale e il ripensamento di un modello di sviluppo che condanna gran parte dell’umanità a vivere nella più assoluta povertà, dopo il tessile e dopo le calzature, vi sarà un'altra lunga lista di crisi produttive e quindi occupazionali. A partire dall’arredamento fino ai ricambi per aeromobili!