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DI FRANCESCO LOPEZ
Ormai sono passati oltre 25 anni da quando Deng Xiao Ping diede inizio alle
prime controriforme capitalistiche in Cina. Il processo che ha permesso alla
Cina di trasformarsi in un paese capitalista, dove, insomma, la legge
fondamentale è quella del massimo beneficio a favore delle imprese, ha avuto una
notevole accelerazione negli ultimi anni, proprio sotto la direzione del partito
comunista cinese. Di fatto, il processo ebbe inizio con lo smantellamento delle
comuni contadine (1980-1985) preparando così il terreno ad una nuova
suddivisione della proprietà fondiaria,con la privatizzazione e la conseguente
rovina dei contadini poveri, proprio quelli che furono, in passato, lo zoccolo
duro del Maoismo. Al giorno d’oggi, le centinaia di milioni di disperati che
vagano da una città all’altra alla ricerca di lavoro sono operai licenziati
dalle industrie statali ma soprattutto contadini vittime di espropri terrieri
(proprio di quelle terre che poi sono state vendute alle imprese agricole).
Il capitalismo cinese significa dunque ricchezza per una minoranza e problemi e
umiliazioni per centinaia di milioni. Potete leggervi gli scritti di Heiko Khoo
per saperne di più.Quello che ci interessa adesso è capire il perché della
trasformazione capitalista del paese, come entra nel gioco il partito comunista
cinese e come la burocrazia stalinista cinese sia potuta diventare “borghesia”.
Come e perche’ il capitalismo
La rivoluzione cinese del 1947-49 fu uno degli avvenimenti più importanti della storia, quando 500 milioni di rivoluzionari si liberarono del giogo imperialista. A differenza di ciò che avvenne nell’ottobre 1917 in Russia, non fu la classe operaia a prendere il potere ed il controllo delle città. Poiché gli stessi dirigenti “comunisti”cinesi avevano reso vana la possibilità di una genuina democrazia operaia (mancando la partecipazione attiva alla programmazione basata sul potere del popolo) una volta raggiunto il potere essi stessi si trasformarono in una casta burocratica di tipo bonapartista seppur basata su un esercito di contadini. Mao Zedong e tutti i dirigenti della Rivoluzione cinese erano già diventati nazionalisti negli anni trenta, condizionati nelle loro scelte dalla prima rivoluzione del 1925-27 e dall’influenza dello stalinismo russo.
Questa casta dominante, che si rifletteva in un partito comunista di tipo stalinista, si elevò a guida dei milioni di lavoratori e contadini. Fu proprio per questo che i giganteschi passi in avanti fatti dalla società cinese si realizzarono mediante una pianificazione burocratica che però non coinvolse in alcun modo la classe operaia: anzi,questa si trovò ad essere succube del sistema che causò milioni di vittime. Come se ciò non bastasse, la autosufficienza alimentare venne meno alla fine degli anni sessanta. Per capire dunque il cambiamento e le ragioni del passaggio dal comunismo al capitalismo bisogna tenere presente lo spirito controrivoluzionario che ha fatto la sua parte, storicamente, contro la burocrazia stalinista, in Cina come in Russia.
Essendo completamente incapace di pianificare in maniera armonica la propria economia, il problema venne subito a galla quando la Cina si trovò ad essere pressata dalla Russia, da una parte, e dall’America dall’altra, nonché dal mercato globale. Come pensare di sviluppare un’economia così arretrata e così isolata dal resto del mondo, senza creare scompensi soprattutto nelle relazioni con i Russi? Il problema dello sviluppo industriale era una condizione vitale perché la burocrazia potesse mantenersi al potere senza cadere nell’orbita sovietica ma nemmeno sotto l’imperialismo americano. Comunque, con gli anni settanta, lo sviluppo messo in atto aveva fatto sì che la Cina si staccasse dal “terzo mondo” ma, allo stesso tempo, restava un paese fortemente arretrato dal punto di vista tecnologico e profondamente isolato. Inoltre, il legame con la burocrazia russa, impediva la collaborazione industriale anche con la stessa Europa dell’est!
In questo contesto, si può comprendere meglio perchè dopo la morte di Mao (aprile 1976) il nuovo leader Deng Xiao Ping, insieme con la maggior parte della vecchia struttura burocratica, si incamminasse nell’unica via che consentisse a lui ed ai suoi di mantenersi al potere: la via del mercato! Tra l’altro va ricordato che nel momento in cui Deng saliva al potere (inizio 1979) il sistema stalinista dei suoi vicini russi cominciava a mostrare i primi segni di crisi, che si evidenziava sia all’interno della burocrazia che nel corpo sociale. Sarà forse per quello che il presidente disse “non importa se il gatto è bianco o nero, quello che conta è che prenda il topo. Come dire, l’importante è garantire lo sviluppo delle forze produttive sotto il controllo della burocrazia, non importa nè il modo nè il prezzo
Sta di fatto che con gli anni ottanta, una borghesia nascente si fece strada come nuova classe sociale, nata dalle riforme di Deng Xiao Ping. In questi ultimi venticinque anni, la burocrazia stalinista è riuscita a pianificare la svolta verso la anarchia capitalista, giustificando proprio il rafforzamento della nuova classe capitalista; giustificazione ideologica tanto più necessaria in quanto la stessa “cupola” stalinista in parte si trasformò ed in parte si integrò nella nuova classe borghese dominante.
Dopo dieci anni dalle prime riforme del mercato e solo cinque anni dopo lo smantellamento delle “comuni” agricole, Deng Xiao Ping doveva assistere,nel 1989, al collasso del sistema stalinista in Russia ed in tutta l’Europa dell’Est. Pertanto arrivò alla conclusione (correttamente, secondo il suo punto di vista “borghese”) che aveva ancora poco tempo per passare al capitalismo prima che anche il sistema cinese si disgregasse e collassasse. Ma gli restava ancora un buon margine di manovra per fare sì che il nuovo sistema restasse comunque sotto il controllo della burocrazia, dello stato e del partito. Già nel 1986 un movimento studentesco di massa aveva scosso la capitale, protestando contro le riforme del mercato che creavano crescenti differenze sociali e ingiustizia. Anche perché le prime auto di lusso (anche alcune Ferrari) avevano iniziato circolare per le vie delle grandi città. In quegli anni, anche se qualche azione, che definiremmo “di facciata”, era stata intrapresa contro i burocrati più corrotti, lo scontento aumentava in seno alla classe operaia e tra la gioventù delle città. Si stava preparando il terreno per una rivoluzione politica simile a quelle dell’Ungheria (1956) della Cecoslovacchia (1968), che furono domate solo con l’intervento dei carri armati sovietici (per rivoluzione politica si intende quella che vuole trasformare sia il sistema politico che lo stato, senza mettere in discussione le basi economiche del sistema).
Gli squilibri sociali, accanto alla ascesa sfacciata e provocatoria di una nuova borghesia, i comportamenti politici antidemocratici della burocrazia, colmarono la misura della pazienza delle masse operaie e studentesche delle città. I peggiori incubi della burocrazia si materializzarono nella primavera dell’89,con epicentro in Pechino e diffusione nelle principali città del paese. Fiumi di giovani e lavoratori si riversarono nelle strade con le loro domande di democrazia e riforme sociali, spesso cantando l’internazionale . Erano ben distanti dall’essere controrivoluzionari e la popolazione li appoggiava. Mesi di manifestazioni terminarono con il massacro di Piazza Tien An Men e con la successiva repressione poliziesca in lungo e in largo nel paese. Il vertice del PCC capì una volta per tutte che solo un regime dittatoriale avrebbe consentito la trasformazione capitalista della Cina, senza che una rivoluzione operaia e studentesca potesse impedirlo. Dal 1990 , il ritmo della restaurazione capitalistica aumentò, unitamente alla necessaria repressione di tutte le ribellioni operaie e popolari. Negli anni ’90, in quel contesto di reazione ideologica e regresso sociale, il cammino capitalista della Cina non poteva che accelerare. Gatto nero o gatto bianco , l’importante era che il gatto prendesse il topo.
Malgrado si fosse lanciato nel vortice del capitalismo più selvaggio, il PCC si è sempre rifiutato di disfarsi dei nomi e dei simboli comunisti, sia in seno al partito che allo stato. Questo si spiega almeno in parte con la necessità di mantenere il monopolio della bandiera rossa e della stella, ancora per un po’ di tempo, come antidoto contro il coagularsi di organizzazioni di sinistra(politiche e sindacali) che sventolino legittimamente la bandiera rivoluzionaria; si tratta della necessità della borghesia di mantenere il potere centrale in mano al PCC, poichè il dispiegarsi della potenza capitalista cinese è possibile solo sotto un regime bonapartista che soffochi le lotte delle masse sfruttate, continuando a negare il il diritto democratico a organizzarsi politicamente al di fuori delle strutture della borghesia stalinista. D’altra parte il potere politico assoluto del PCC si spiega con il timore di una frammentazione della burocrazia in differenti partiti(la democrazia borghese),cosa che a sua volta mette in pericolo il controllo sulle masse.
Per le alte sfere della burocrazia, trasformarsi completamente in borghesia senza perdere il potere politico e senza rivoluzioni dal basso è il compito centrale. Le bugie e le ridicole definizioni quali socialismo con peculiarità cinesi, socialismo di mercato, teoria delle quattro rappresentazioni, non sono tanto dirette ad occultare la realtà capitalista della Cina , cosa del resto impossibile,ma servono piuttosto a seminare confusione tra le componenti maggiormente legate alla classe oppressa che ancora persistono dentro il PCC. Cercano di far credere a milioni di persone incluso alla nascente piccola borghesia affiliata al partito,che il socialismo di mercato è una scorciatoia, uno strumento per ottenere il benessere del paese e che l’arricchimento personale è un glorioso contributo al progresso della nazione. Far credere che se c’è disequilibrio( milioni di disoccupati, di licenziati, di espropriati della propria terra, fame e povertà , vendita di organi e di essere umani, operai che si suicidano come normale atto di protesta lavorativa...) ciò si deve all’incapacità delle amministrazioni locali e non alla linea del partito nel complesso.
Non è un caso che dalla provincia siano arrivate una serie infinita di lamentele , di petizioni, denuncie da parte di operai, contadini e militanti di base. Denunce che il partito gira al governatore locale, senza che sortiscano il più piccolo effetto sulla direzione di marcia del socialismo di mercato . L’unica paura della grande burocrazia borghese del PCC è l’essere sottoposta al giudizio nelle strade da quella massa sterminata composta da centinaia di milioni di poveri e lavoratori cinesi. Al fine di evitarlo , o rimandarlo il più possibile, tutte le bugie sono ammesse, tutta la confusione possibile è la benvenuta.