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ECONOMIA E FINANZA

Imprenditori italiani e Prodi in Cina: le ragioni del ritardo, le difficoltà del recupero e le possibili soluzioni.

Prodi in Cina rilancia sugli investimenti e dice che bisogna correre. Le ragioni del ritardo e le difficoltà del recupero impongono un nuovo scatto di innovazione

di Nane Cantatore

Tutti ci ricordiamo le barricate di Tremonti e Calderoli (scusate la parola) contro l’invasione delle magliette cinesi, e il delirio protezionistico in difesa di azienda decotte, al quale almeno una parte della sinistra aveva quasi rischiato di accodarsi. In questi giorni Prodi, accompagnato da una significativa delegazione di ministri e dall’inevitabile Montezemolo, sta cercando di percorrere una via diversa: basta con i tentativi di arginare il pericolo giallo, ora si devono cogliere le opportunità presentate da un’economia in crescita impetuosa guidata con estrema accortezza da un’elite che, forte di un bagaglio culturale un po’ maoista e un po’ confuciano, ha capito bene che la chiave dell’economia sta nella sostenibilità e quella del commercio nella reciprocità.

In altre parole, i cinesi sanno benissimo che non si può campare di sole esportazioni, se non si vuole creare uno squilibrio pericoloso per tutti, e già da parecchio tempo temperano lo Yang dell’export massiccio di merci concorrenziali per il minor costo del lavoro con lo Yin dell’import mirato di prodotti e processi ad alto valore aggiunto. Ciò comporta dei flussi estremamente compositi: se la bilancia commerciale cinese verso gli Usa è in attivo, nei primi sette mesi del 2006, di circa 121 miliardi di dollari (mentre l’ export netto dell’Europa verso gli Stati Uniti si è attestato, nello stesso periodo, a 83 miliardi, circa un terzo dei quali coperti dalla Germania), nei confronti dell’Europa (per questi dati si prende in considerazione l’Europa a 15) si scende a 40 miliardi; dato ancora più significativo, mentre rispetto agli Stati Uniti le esportazioni cinesi sono cresciute del 24,5 per cento e le importazioni del 23,5, verso l’Europa il rapporto è inverso, con una crescita rispettiva del 19,9 per cento e del 20,3. Ancora più composito il dato disaggregato per Paese, con la Germania in sostanziale pareggio, il deficit francese fermo a 800 milioni, mentre la Svezia segna un piccolo attivo; decisamente in rosso la Spagna con 4,5 miliardi, l’Italia con 4,1 e il Regno Unito, che si conferma il più “americano” dei Paesi europei, con un passivo di quasi 9 miliardi. Diverso il discorso per la Russia che, grazie al petrolio e agli armamenti, si porta a casa un surplus di circa 2,8 miliardi.

Questi dati, ricavati dal sito del Ministero cinese del commercio estero, indicano due fattori fondamentali: in primo luogo, l’interesse della Cina a sviluppare relazioni commerciali complete, che traducano la capacità di esportazione in sviluppo strutturale attraverso l’acquisizione di beni ad alto valore aggiunto e alto contenuto tecnologico, pur conservando un robusto margine di liquidità, e in secondo luogo la capacità di scegliere cosa comprare e dove, in base a valutazioni puramente commerciali. Si capisce allora che cosa intenda Prodi quando parla di “ritardo” del nostro Paese nei confronti della Cina: il problema è che il gigante asiatico ha bisogno di elettronica, aerei, tecnologie per la produzione di energia, expertise per la realizzazione di infrastrutture all’avanguardia, e così via: tutte cose che l’Italia produce poco e, quando le produce, lo fa essenzialmente nel settore della difesa, che non si può vendere in Cina a seguito di un bando deciso dall’Unione europea dopo i fatti di Tien an Men.

Riequilibrare gli scambi con Pechino sembra difficile, visto che, nonostante le manie dei nuovi ricchi cinesi per Ferrari e Versace, con il lusso non si fanno numeri sufficienti. In salita anche l’ipotesi di orde di turisti di Shangai in Toscana o di una massiccia esportazione di vino a Nanchino; resta allora un’altra possibilità, che potrebbe essere chiamata la “soluzione Marco Polo”: oltre a cercare di rafforzare le esportazioni dei nostri manufatti, ci inseriamo nel circuito commerciale dei prodotti cinesi, distribuendoli in giro per l’Europa con un buon margine di guadagno. A favore di questa linea, che sembra abbracciata in pieno dal presidente del Consiglio, quando parla dell’Italia come “porta dell’Oriente”, sta innanzitutto la geografia: il Mediterraneo è lo sbocco naturale delle rotte commerciali cinesi, e l’Italia è lo snodo ideale per scaricare i container dalle navi e caricarli su camion e treni. A dispetto della geografia, infatti, il grosso del traffico commerciale cinese passa per i porti olandesi e tedeschi e, quando proprio si deve fermare al di qua di Gibilterra, lo fa in Spagna, per riprendere la strada, paradossalmente, dal punto più occidentale dell’Europa.

Del resto, se le cose vanno così, non è certo perché in Cina non sanno leggere le mappe: a favore dei nostri partner e concorrenti europei sta un patrimonio di infrastrutture e organizzazione che è stato costruito negli anni, sul quale l’Italia sconta, ancora una volta, uno dei suoi più perniciosi ritardi: è necessario recuperare terreno in questo campo, tanto per acquistare credibilità verso i nostri interlocutori stranieri, quanto per aumentare le possibilità di sviluppo del sistema produttivo italiano, intensificando i flussi e creando un nuovo bacino di investimenti che, prima o poi, consenta all’Italia di far transitare anche le proprie merci sulle vie che sta cercando di costruire.

Data di pubblicazione: 15/09/2006
Categoria: Economia e Finanza


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