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di Carlo Scarpa
La vicenda di Telecom Italia e della eventuale separazione della rete Tlc è tanto sentita da richiedere probabilmente qualche chiarimento. Se in precedenza ho trattato più in generale il tema delle politiche industriali di questo governo, conviene tornare ora sulla questione più specificamente di attualità, anche per rispondere a tanti commenti a quel mio articolo.
Pubblico e privato: lasciamo perdere le guerre di religione…
Il tema della preferibilità del pubblico rispetto al privato
credo debba essere trattato in modo non ideologico. Almeno qui, evitiamo tenzoni
sui massimi sistemi.
Giusto per focalizzare il problema, ricordo che per discuterne gli economisti
fanno riferimento a una figura ideale, quella del cosiddetto dittatore
benevolente, ovvero di un soggetto ("lo Stato") che ha tutto il potere (per
questo un "dittatore" – termine che in questo contesto non si oppone a quello di
democrazia) e che lo usa nel migliore interesse collettivo (quindi,
"benevolente"). Sul fatto che tale dittatore benevolente (se fosse talmente
potente da avere anche tutte le informazioni rilevanti) sarebbe il modo più
efficiente di gestire l’economia, credo tutti gli economisti (anche i più
liberisti) sarebbero d’accordo.
Purtroppo, al di là della evidente difficoltà di disporre in un unico "ufficio" di tutte le informazioni rilevanti per il sistema economico, il problema è che nessun governo è del tutto onnipotente o pienamente benevolente. Il fatto che all’interno delle imprese di proprietà pubblica si facciano spazio obiettivi diversi dal benessere sociale è ben noto anche nella letteratura internazionale. Alcuni di questi fini possono essere "nobili", per quanto impropri, ad esempio lo sviluppo delle aree più arretrate. Altri, certo, lo sono di meno, si pensi al clientelismo. In Italia è stato per molti decenni una prassi generalizzata e con pochi limiti. E ancora oggi paghiamo le politiche scellerate che per anni e anni hanno gonfiato le assunzioni alle Poste o alle Ferrovie.
Ma "il privato" è meglio? I confronti internazionali non danno conforto né a questa tesi né a quella opposta (in tanti paesi il settore pubblico non è gestito per niente male). Temo che la risposta "pratica" non possa che appoggiarsi su quanto ciascuno di noi crede del settore pubblico italiano, ovvero se sia effettivamente riformabile rispetto al passato e gestibile in modo efficiente. Io sono scettico, e molto, ma posso capire che altri la pensino diversamente.
Ricordo la vecchia battuta di Giulio Andreotti, secondo il quale esistono due tipi di pazzi, quelli che si credono Napoleone e quelli che credono di riformare le Ferrovie dello Stato (e temo che qualcosa di simile valga per Alitalia). Al di là delle battute, l’interrogativo sulla possibilità di gestire in modo efficiente il sistema pubblico italiano, con la mentalità della nostra amministrazione, i contratti di lavoro del settore pubblico, la "sensibilità" del mondo politico nazionale alle spinte dei diversi "portatori di interessi" attorno a queste imprese è molto serio. Vorrei che i fautori del ritorno al pubblico ricordassero perché a un certo punto in Italia si è cercato di privatizzare tutto il privatizzabile. Fu una questione di debito pubblico, ma non solo, non dimentichiamolo.
Temo che in Italia il settore pubblico non sarà mai gestito come vorremmo, ma è evidentemente una mia valutazione sulla base dell’esperienza nazionale e della cultura politica del nostro paese, non una verità assoluta. Anche perché a fronte di un dittatore benevolente che non esiste, dovremmo avere un regolatore la cui "benevolenza" (diciamo disinteresse) non è certo assicurata. Il confronto è comunque tra alternative imperfette.