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di Giuseppe Zaccagni
Un socialismo reale, dal volto umano, democratico; un socialismo da inventare, maturo, un socialismo dell’era atomica, un socialismo scientifico, plurale, liberale, utopistico, scandinavo, britannico, dottrinario, un socialismo di Stato, costruttivo, cristiano, popolare”… Ed ora, a questo elenco di definizioni che fanno parte dell’armamentario ideologico del socialismo, si aggiunge, dalla Città proibita di Pechino - dove si è celebrato il XVII° congresso della Cina comunista - la teoria di un “socialismo dal volto cinese” che dovrebbe rispettare e valorizzare le esigenze delle etnie nazionali operando in un clima generale di riforme economiche, aperture e modernizzazioni. Non sarà, ovviamente, l’anticamera di una società perfetta (e solo pensarlo sarebbe una bestemmia) ma sarà pur sempre uno degli esperimenti più interessanti tentato nell’ambito dei paesi emergenti, anche se resterà difficilmente esportabile. E’ questa, comunque, la sfida che il rieletto segretario Hu Jintao (forte del voto dei 2213 delegati che rappresentano 73,36 milioni di iscritti su una popolazione di 1.313.973.713) lancia all’intera società, uscendo dai ristretti limiti dell’organizzazione politica e presentando un vertice rinnovato e ringiovanito con una buona schiera di cinquantenni.
Restano valide, comunque, le regole della nomenklatura perché la nuova dirigenza rispecchia le tendenze presenti nel Partito. E così, accanto al segretario generale (che ha 64 anni e che resta Presidente della Commissione militare centrale e presidente dello Stato), figurano altri otto membri. Quattro sono di nuova nomina: Xi Jinping, segretario del Partito di Shangai che ha 54 anni; Li Keqiang, cinquantaduenne segretario del Partito nella provincia del Liaoning; He Guogiang, Zhou Yongkang, governatore della provincia di Hunan che ha 65 anni e che si occuperà dei problemi del diritto e dell’ordine. E ci sono poi i rieletti Wu Bangguo, presidente del Comitato permanente dell’Assemblea popolare; Jan Qinglin, presidente della Conferenza consultiva politica e Li Chang Chun, membro del Comitato permanente dell’Ufficio Politico e responsabile della propaganda.
Questo il vertice che guiderà il Pcc sino alla prossima scadenza congressuale, prevista tra cinque anni. Ma la vera questione del “potere cinese” - oltre agli scenari organizzativi che dovranno essere rimodellati - sarà quella relativa all’attuazione delle idee fondanti da poco illustrate e divulgate all’intero Paese. Hu Jintao, in proposito, ha parlato di una “visione scientifica dello sviluppo” evidenziando una serie di priorità: meno costi ambientali e sociali, migliore distribuzione della ricchezza, investimenti nelle tecnologie, innovazione industriale. Un vero e proprio programma di interventi per conciliare l'equità con il benessere. E in questo contesto il segretario generale ha voluto lanciare un monito a quanti prevedono una ristrutturazione politica ed istituzionale. Ha parlato, infatti, della “Continuità del partito unico al centro del sistema istituzionale” ma ha poi aggiunto che il Partito “aderirà a un sistema di governo democratico fondato sulla legge”. Una sorta di progresso senza avventure che, in Italia, era lo slogan di una certa democrazia cristiana…
È, questa, la teoria del “socialismo con caratteristiche cinesi”: riforme economiche graduali, senza traumi e con conseguenti aperture e modernizzazioni. Che nel colorito linguaggio cinese sono definite come parti fondanti di una vita “più felice e pacifica”. Hu Jintao sembra essere riuscito a coniugare i dettati del passato (applicazione dei concetti del marxismo-leninismo) e le visioni pragmatiche dell’oggi superando così le regole fissate dal suo predecessore Jang Zemin che era stato il teorico di un modello di crescita affidato alle “forze produttive avanzate” delle città (imprenditoria, colletti bianchi, lavoratori dell'industria). Il “nuovo” leader cinese corregge ora la rotta: non più uno sviluppo a velocità folle e fuori del controllo - che è causa di disuguaglianze - ma “la costruzione di una società moderatamente prosperosa” basata su un sistema di equilibri razionali e, soprattutto, sulla sostenibilità sociale.
Hu Jintao, anche sulla base delle cose dette al congresso, sa bene che la Cina è ancor oggi ufficialmente comunista (definizione che nessuno nell’assemblea ha contestato), ma che di fatto è una grande potenza economica di “mercato”, dove il pragmatismo geopolitico e geoeconomico domina incontrastato. Sa che il paese ha messo fine a decenni e decenni di isolamento economico e ha modificato la configurazione dell’economia globale. E che - ormai da tempo - sta vivendo una transizione morbida da economia pianificata a economia libera. E che ora è sempre più in atto un processo di modernizzazione galoppante. Da tutto questo risulta chiaro che la novità in atto nel campo economico-commerciale è che la concorrenza cinese alle economie avanzate si gioca sempre più sul fronte dei beni ad alto contenuto ideologico. C’è una Cina sempre più emergente - con un suo turbo-capitalismo del tutto originale - che brucia i record dell’economia invadendo i mercati più lontani. Ma è anche vero che il “gigante asiatico” continua a crescere al prezzo di catastrofi ambientali e repressioni sociali.
Hu Jintao vuole porre un freno con riforme e modernizzazioni. Ma per questo “vuole” un partito molto più attento alla società: responsabile e capace di operare per il miglioramento delle condizioni sociali ed economiche. Un partito di tecnici che dovranno essere capaci di coniugare la tradizione con il futuro. Con una propensione allo sviluppo generale che sia, allo stesso tempo, una vera idea-forza chiamata a penetrare sempre più nella coscienza collettiva. Il leader cinese inoltre, denuncia il pericolo che potrebbe venire all’idea di “socialismo cinese” se si continuerà a far leva su quella pur enorme riserva di manodopera a buon mercato. E per questo critica quelle forme di attivismo sempre concentrate nella ricerca di nuove fonti di approvvigionamento per fornire “materiali” alle industrie che sono in vorticosa crescita. C’è, in pratica, un invito a riportare l’economia su un binario corretto, moderato, controllabile. Una linea che - tradotta in pratica - vorrebbe dire che l’economia di mercato va abbracciata, ma a patto che si tengano presenti gli interessi interni della Cina. E in questo contesto Hu Jintao accenna anche alla necessità di inserire nella società “più diritti democratici”. Ma non va oltre.