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di Elena Ferrara
Le notizie che arrivano dall'Asia sono sempre più allarmanti perchè gli scontri in atto - in un crocevia di traffici di tutti i tipi - potrebbero trasformarsi in aperte guerre di secessione evidenziando le divisioni geopolitiche delle sfere di influenza. Sul tavolo dei maggiori conflitti asiatici sono più che mai aperti quelli che si verificano in Israele (un paese che continua la sua lotta armata contro la Palestina senza rispettare le leggi dell'Onu e le proteste della comunità internazionale) e in Iraq dove l'occupazione americana provoca ogni giorno di più danni epocali. E sullo sfondo - dove risalta anche il conflitto interno al Pakistan segnato dall'arroganza del generale Musharraf - si evidenzia sempre più il conflitto con la Turchia che vede i curdi sviluppare la loro lotta per ottenere un proprio territorio nazionale.
Ecco l' Afghanistan , dove è guerra senza fine con i Taliban che prendono sempre più potere e con gli americani che insistono con il loro massiccio intervento appoggiati anche da forze internazionali (Italia compresa). Il Paese intanto si trova in una condizione di grave instabilità politica e crisi umanitaria. La problematica creazione di istituzioni democratiche e l'ancor più difficile consolidamento del ruolo di queste al di fuori della capitale e dei principali centri urbani, sono direttamente collegati al persistere di forme di potere politico basato sulla forza armata, sull proliferare di attivitа illegali, tra le quali spicca il narcotraffico di oppiacei, ed sull'incremento delle azioni di guerriglia del riorganizzatosi movimento Taliban contro il governo, le truppe della Nato e le organizzazioni internazionali. A ciò si somma la miriade di emergenze croniche che affliggono una società per noi ignota e lontana, sconvolta da un quarto di secolo di guerra.
Altra area di conflitti congelati è oggi più che mai quella dell' Arabia Saudit . Qui i problemi di sicurezza interni risalgono al 1995 quando si registrarono i primi accenni dello scontro fra gruppi jihadisti ed autorità che minacciavano la legittimità della famiglia reale a governare e la sicurezza nella penisola. L'attentato alle torri gemelle dell'11 settembre 2001 ha mostrato, inoltre, che le tensioni interne all'Arabia Saudita possono avere delle importanti conseguenze internazionali tanto che nel mondo si è messo subito in evidenza che 15 dei 19 attentatori suicidi erano di nazionalitа saudita...
Nel dicembre 1971, quando venne proclamata ufficialmente l'indipendenza dal Pakistan, il nome del nuovo paese divenne Bangladesh. E quando nel 1982 salì al potere il generale Hossain Mohammed Hershad, gli scontri tra musulmani ed indu e tra nazionalisti e progressisti portarono il paese sull'orlo di una nuova guerra civile. Venne introdotto nelle scuole l'insegnamento obbligatorio del Corano e della lingua araba. E nel 1988 l'Islam venne dichiarata religione di Stato. Attualmente il Bangladesh indipendente sembra avere ereditato tutte le debolezze strutturali accumulate nel corso del Novecento aggravate da un processo di decolonizzazione particolarmente problematico. Si aggiunge il Myanmar (Birmania) sconvolto dalla cosiddetta “Rivoluzione zafferano” alimentata dai monaci buddisti e sostenuta da forze occidentali interessate alla destabilizzazione dell'area.
Ma il paese più a rischio quanto a conflitti freddi è, in questo momento, la Cina che, comunque, cerca di fare del tutto per contenere spinte e proteste interessata come è al successo delle prossime Olimpiadi. Pechino, intanto, allontana sempre più quel lungo e complesso periodo che ha segnato il suo rapporto di amore-odio con Mosca. Ma il ricordo dei contrasti ideologici nel periodo di Mao - pur se archiviati - restano fermi nella memoria insieme all'ombra di quell'isola di Damanskij dove, nel marzo 1969, si svolsero scontri armati tra i soldati cinesi e russi. Come ha detto recentemente il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, “per la prima volta le relazioni bilaterali fra la Cina e la Russia non sono influenzate negativamente da un contenzioso sulla frontiera”.
Comunque sia la risoluzione del contenzioso è passata attraverso una cessione territoriale poco significativa per estensione geografica, ma che viene vista dai russi come una perdita di prestigio nei confronti della sempre più imponente potenza cinese. C'è, in tal senso, un accordo fra i due Paesi che è stato ratificato dalla Duma di Mosca e che riguarda appena il 2 per cento della frontiera terrestre di 4.300 chilometri che separa i due Paesi – la più lunga del mondo – che è stata solo ora demarcata in modo definitivo. Questo ha comportato la cessione dell'interezza dell'isola Tarabarov, alla confluenza dei fiumi Amur e Ussuri, e parte delle limitrofe isole Bolshoi Ussuriisky, a qualche minuto di ferry dalla cittа di Khabarovsk, nonchè metà dell'isola Bolshoi, sul fiume Argun, che separa la regione cinese della Mongolia interna dalla zona russa di Chita, nella Siberia orientale. Per tranquillizzare i russi l'esponente della diplomazia del Cremlino ha poi sottolineato che si tratta di un “trasferimento” e non di una “cessione” di terreni, e che nessun interesse economico russo passerà in mani cinesi.
Nondimeno, ora Tarabarov sarà ufficialmente chiamata Yinlong, e metà della Bolshoi Ussuriisky sarà Heixiazi, come preferiscono i cinesi, cosa che mette fine a una disputa che si protraeva dall'epoca in cui l'impero zarista e quello mancese dei Qing (l'ultima dinastia imperiale ad aver governato la Cina, decaduta nel 1911) avevano esteso i rispettivi confini fino a toccarsi. Alla fine degli anni Sessanta, ai tempi della glaciale rottura sinosovietica, i due Paesi erano stati sull'orlo di una guerra di frontiera, tanto per attriti di natura ideologica, che per la proprietа di queste isolette. L'equilibrio gopolitico e geoeconomico porta ora Pechino a rinunciare alla rivendicazione di tutte le isole intorno a Khabarovsk e ad accettare il compromesso russo di ricevere solo metà dell'isola Bolshoi, ritrovandosi pur sempre con in mano 337 chilometri quadrati di territorio in più.
Un serio problema interno per il governo di Pechino, riemerso all'attenzione internazionale con le proteste dei monaci e la repressione cinese della scorsa settimana, è quello del rapporto con il Tibet (centro del buddhismo-lamaismo), che rappresenta, nella realtà cinese, una enclave geografico-culturale. Ultimo esempio sopravvissuto di teocrazia, il Tibet - nel tentativo di blindare il suo potere - tiene viva la propria tradizione anche dopo l'integrazione da parte della Cina (1951) e una serie di riforme radicali, il cui rapido ritmo ha sempre provocato una diffusa opposizione, sfociando anche nel tentativo di rivolta del 1959, in seguito al fallimento del quale il Dalai-Lama si rifugiò in India. La posizione costituzionale del Tibet nell'ambito della repubblica cinese venne poi sistemata - in una fase gravida di incertezze - con la creazione della regione autonoma tibetana (1965) e, da allora, il governo di Pechino respinge fermamente ogni fermento indipendentistico.