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di Fabrizio Montanari
In Italia, i politici sono molto più vecchi dei loro colleghi di altri paesi , in parte anche per i vincoli costituzionali che impongono di avere 25 e 40 anni per poter essere eletti rispettivamente alla Camera e al Senato. La prossima legislatura confermerà la presenza di questo gap generazionale, oppure cambierà qualcosa?
Alcuni articoli apparsi nei giorni scorsi hanno mostrato come un cambiamento nella composizione dei candidati si sia in parte già realizzato : il quadro che emerge dall'analisi delle liste mostra come le donne e i giovani (intesi come under 40) abbiano avuto più spazio. Spesso, però, si tratta di un cambiamento solo apparente:i giovani in particolare vengono relegati nelle ultime posizioni, riducendo al minimo le possibilità di essere eletti.
L'Italia-Spagna dei candidati
Sempre lunedì 10 marzo, sono stati resi noti i risultati definitivi delle elezioni spagnole che hanno visto il successo del governo uscente di Zapatero. Negli ultimi mesi varie classifiche hanno spesso comparato il paese iberico, nazione a noi simile per cultura e tradizioni, all'Italia, con risultati quasi sempre a noi sfavorevoli. Ecco, dunque, un nuovo confronto. Questa volta però il paragone tra i due paesi riguarda la composizione delle liste elettorali.
Per motivi di tempo e di difficoltà nel reperire i dati, abbiamo focalizzato l'analisi sulle liste dei due partiti principali: il Psoe e il Pp in Spagna, il Pd e il Pdl in Italia. In particolare, sono stati recuperati i dati riguardanti il sesso dei candidati alla Camera per le liste presentate nelle due città principali (Madrid e Barcellona per la Spagna, Milano e Roma per l'Italia) e all'anno di nascita, per le sole Madrid e Roma.
Sebbene non si stia parlando di un paese nordico, dove tradizionalmente le donne hanno più spazio, in Spagna la percentuale uomini-donne è molto vicina alla parità: 55 per cento contro 45 per cento.
In Italia , la quota femminile è inferiore. Nel nostro sistema politico, poi, le liste sono bloccate e l'ordine dei candidati non è secondario: analizzando solo le prime venti posizioni si può notare come la presenza femminile cali sensibilmente, scendendo sotto la fatidica “quota rosa” di un terzo dei candidati. Peraltro, quota sempre disattesa nelle precedenti legislature: in questo senso, si può dire che la par condicio sia sempre stata rispettata.
Per quanto riguarda l' età, non si vuole affermare aprioristicamente che le persone più giovani siano necessariamente più preparate e capaci di quelle più “anziane”, che invece possono contare su importanti doti quali ad esempio l'esperienza maturata nel corso degli anni. Tuttavia, due dati risultano particolarmente significativi: in Spagna non c'era nessun candidato nato prima del 1940 (in Italia il 10 per cento è nato negli anni Trenta) e quasi 1 su 5 aveva meno di 40 anni.
In Italia, al contrario, gli under 40 sono meno dei settantenni . Se si considerano i primi venti candidati, la quota dei nati negli anni Trenta rimane invariata, mentre quella degli under 40 passa dall'8 al 6 per cento. Ancora una volta, dunque, coerentemente con quanto avviene in altri ambiti della società italiana, i giovani (soprattutto i trentenni) sono sistematicamente esclusi dai tavoli decisionali.
Quali possono essere le cause ? Scarsa volontà di concedere spazio ai giovani da parte di chi occupa i ruoli decisionali oppure scarse capacità degli “esclusi” nel reclamare (e ottenere) la giusta attenzione? Sicuramente un primo problema riguarda il processo di avvicinamento (e selezione) dei giovani ai partiti. Se in questa fase, come giustamente notavano Galasso e Billari, prevale la logica della cooptazione , è chiaro che gli incentivi per chi entra nella carriera politica sono distorti e orientati alla deferenza, non all'innovazione.
In questo senso rendere le liste libere e prevedere le primarie per accedervi può essere un passo importante per dare maggiori opportunità ai giovani di incrementare la propria presenza.