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ECONOMIA E FINANZA

Economia Italia: previsioni per il 2009 di Confindustria. La crisi delle borse potrebbe avere impatto limitato per i consumi, ma vi sarà lo stesso recessione. Ma dal 2010 si potrebbe finalmente ripartire.

Economia Italia: previsioni per il 2009 di Confindustria. La crisi delle borse potrebbe avere impatto limitato per i consumi, ma vi sarà lo stesso recessione. Ma dal 2010 si potrebbe finalmente ripartire

Il PIL italiano cala dello 0,2% nel 2008 e dello 0,5% l’anno prossimo, contro il -0,1% e il +0,4% indicati a settembre. Il semplice slittamento del rilancio al 2010 basta a spiegare il cambiamento di segno alla variazione del PIL nel 2009, a causa dell’arretramento già registrato dalla scorsa primavera e diventato lievemente più marcato nelle attuali stime.

Peggiorano anche le prospettive per gli altri maggiori Paesi. La contrazione del PIL si osserva sia in USA (-0,7% nel 2009) sia in Eurolandia (-0,2%). Questa flessione è dovuta, come per l’Italia, all’eredità negativa del 2008 e alla falsa partenza l’anno prossimo, durante il quale la variazione annua risalirà vicina a zero partendo da valori negativi.

Questo profilo dà l’illusoria impressione del ritorno all’espansione. La netta revisione al ribasso della crescita nasconde una valutazione positiva sull’evoluzione della tempesta finanziaria.

In questo scenario le maggiori forze recessive internazionali rimangono lo shock delle materie prime, solo in parte rientrato, lo scoppio della bolla immobiliare e l’aggiustamento dell’economia americana, di per sé sufficienti a far contrarre domanda interna e attività produttive nelle principali economie industriali.

Il brusco precipitare dei mercati finanziari, a seguito dello sciagurato fallimento di Lehman Brothers, viene incorporato attraverso le ricadute sul clima di fiducia e sui comportamenti di spesa di famiglie e imprese; si accentuano le flessioni già in corso nella domanda e nell’attività produttiva e viene rimandato di alcuni trimestri il ritorno sul sentiero di crescita.

Non è invece incluso in questo scenario previsivo il concretizzarsi di un vero e proprio credit crunch, di cui pure cominciano a esserci alcuni segnali sia nell’attività bancaria sia nel prosciugarsi dei canali diretti di finanziamento. Nonostante la grande incertezza riguardo al possibile impatto per l’economia reale della straordinaria turbolenza dei mercati, è considerata bassa la probabilità dell’avvitamento tra diminuzione del credito e discesa delle attività economiche.

L’attuale fase di panico, con squagliamento dei prezzi di Borsa e congelamento del credito, non è duratura, per sua natura e per le politiche economiche che sono state e saranno adottate. Il taglio concertato dei tassi di interesse varato mercoledì scorso e le misure annunciate nel fine settimana dal G7 e dall’Eurogruppo dimostrano un elevato sebbene tardivo grado di cooperazione internazionale che coinvolge anche i maggiori Paesi emergenti.

E’ probabile che i governi concordino misure espansive di bilancio pubblico, oltre a interventi diretti a ristabilire condizioni di funzionamento più regolari dei mercati finanziari. Il CSC crede in una soluzione della crisi creditizia in tempi non lunghi, ma non abbastanza rapidi da rimettere in moto l’espansione economica già l’anno prossimo. A questa nota di
ragionevole ottimismo se ne aggiungono altre due.

La prima. I venti contrari alla crescita, oggi prevalenti, sono in parte controbilanciati da forze favorevoli che preparano il terreno alla ripresa nel 2010: lo sviluppo dei Paesi emergenti (seppure in frenata al 6%, dall’8% del 2007), che valgono ormai metà dell’economia globale; il calo delle quotazioni delle materie prime (con il petrolio a 65 dollari a barile a fine 2009) e il conseguente più rapido rientro dell’inflazione; la diminuzione dei tassi di interesse; la fine della caduta dei prezzi immobiliari, soprattutto negli USA; un cambio più equilibrato dell’euro sia verso il dollaro sia verso le valute asiatiche.

La seconda. Dopo l’allargamento osservato nel 2007 e nel 2008, l’Italia riduce nettamente il divario di crescita con il resto d’Europa. Per conseguire questo risultato non è sufficiente la trasformazione in atto nel settore manifatturiero ma è indispensabile concretizzare le riforme strutturali annunciate e realizzare l’ammodernamento e il potenziamento delle infrastrutture (con effetti anticiclici).

In Italia l’ulteriore contrazione del PIL nel 2009 è guidata sia dai consumi (-0,6%) sia dagli investimenti (-1,9%). Si riduce il contributo delle esportazioni che salgono a ritmi più moderati (+1,8%) risentendo della frenata globale. Il commercio mondiale, infatti, cresce del 4%, una velocità dimezzata rispetto a quella del biennio 2006-2007.

La diminuzione della spesa delle famiglie si realizza nonostante il progresso del reddito reale legato alla decisa decelerazione dei prezzi al consumo (dal 3,5% del 2008 al 2,1% del 2009), all’incremento delle retribuzioni per addetto (+2,7%, determinato da contratti già firmati) e alla tenuta dell’occupazione. La sfiducia, dovuta anche a un mercato del lavoro più difficile (il tasso di disoccupazione sale al 7,3%, massimo dal 2005), e la spinta a ricostituire un po’ della ricchezza persa nella tempesta finanziaria accrescono la parsimonia. Questa compressione crea spazio per una successiva maggiore vivacità degli acquisti famigliari.

Le imprese ridimensionano i piani di investimento a fronte di un minor utilizzo della capacità produttiva, prospettive di domanda più fiacche e dell’aumentato costo del capitale.

Quest’ultimo viene solo in parte alleviato dalla riduzione attesa dei tassi di interesse. Inoltre, proseguono le difficoltà di reperire fondi ricorrendo direttamente al mercato.

Nelle previsioni del CSC la BCE dovrà allentare ulteriormente la stretta monetaria (portando il tasso ufficiale dal 3,75% al 2,75% entro giugno 2009) di fronte all’evaporare dei pericoli inflazionistici e ai nuovi segnali di debolezza dell’economia.

Ma il tasso reale, calcolato in base alla dinamica prevista dei prezzi al consumo (sotto il 2% nell’area euro a fine 2009) e all’Euribor con cui si finanziano le banche, non sarà particolarmente basso. La FED diminuirà il costo del denaro di un altro mezzo punto nei prossimi tre mesi. La forbice tra tassi ufficiali e
tasso sull’interbancario è attesa in parziale chiusura nel corso del 2009.

Il dollaro continua a recuperare terreno. Il cambio con l’euro tornerà a 1,25, cioè sui valori di ottobre 2006 e ancora sostanzialmente sottovalutati. Il recupero della valuta americana avverrà grazie al ridimensionamento del deficit commerciale, favorito dalla stagnazione della domanda interna e reso più evidente dalla diminuzione della bolletta petrolifera, il cui rincaro ha oscurato i progressi negli ultimi tre anni. Rientra ovunque ogni allarme di inflazione.

L’accelerazione dei prezzi al consumo nel 2008 si conferma come un’anomalia in un contesto mondiale prevalentemente deflazionistico. L’inflazione di fondo, al netto dei prodotti energetici e alimentari che hanno direttamente risentito del balzo delle materie prime, è rimasta ancorata ai livelli dell’ultimo decennio.

Il ritorno della dinamica complessiva dei prezzi ai valori di trend è reso più rapido dal forte calo delle quotazioni delle commodity e dall’aumento della capacità produttiva inutilizzata. Nell’area dell’euro il veloce raffreddamento dei prezzi al consumo crea lo spazio per il rimbalzo della spesa delle famiglie. L’incremento più rapido dei listini nel 2008 ha portato a una compressione dei volumi delle vendite, che in valore sono continuate ad aumentare i sintonia con i redditi familiari nominali.

Le economie troveranno sostegno nell’azione degli stabilizzatori automatici, cioè minori entrate e maggiore spesa sociale, che agiscono nei bilanci pubblici. E ciò è un’altra cruciale differenza rispetto alla crisi che seguì al crollo di Borsa del 1929.

I deficit pubblici sono perciò destinati a peggiorare. In Italia il disavanzo sarà pari al 2,4% del PIL (confidando nella piena efficacia della manovra di risanamento) contro l’obiettivo del 2,1% recentemente rivisto dal Governo.

Il debito pubblico italiano tornerà ad aumentare in rapporto al PIL al 104,4% nel 2009 dal 103,8% nel 2008, sia per il maggior incremento del numeratore (causa più alto deficit) sia per il minor aumento del denominatore.

Categoria: Economia e Finanza