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A cura di AprileOnLine.Info - Quotidiano per la sinistra dalla Grande Alleanza Democratica... (continua)
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di Marzia Bonacci
59.000 dipendenti Fiat, da lunedì, sono a casa. Si tratta un blocco totale della produzione da nord a sud, in tutti i settori di cui si occupa la casa torinese. Permessi e vacanze obbligatori per chi ne aveva diritto e cassa integrazione per chi aveva già usufruito di questi.
Un blocco senza precedenti che risucchia, anche in questo caso in modo non rintracciabile nella storia passata, la realtà dell'indotto della componentistica. Tanto per dare l'idea, la Cgil diffonde dati allarmanti per cui ad ogni lavoratore cassa integrato del Lingotto di Torino ne corrispondono tre-quattro che precipitano nello stesso destino e che afferiscono alle attività di produzione collegate a quelle di Mirafiori.
In totale la crisi si abbatte sul settore dell'auto per intero inghiottendo il destino di circa 200mila lavoratori, di cui l'azienda Agnelli è l'esempio più evidente: simbolo del tracollo che investe l'intero settore. Compensare alla stagione difficile è quasi impossibile per via della crisi che stritolata l'economia globale, così che anche il mercato estero non può essere uno sfogo per l'asfissia produttiva italiana, come è invece stato in passato, soprattutto per la Fiat. Tanto che in Europa e negli Usa sono al centro dell'analisi dei governi anche misure finanziarie di sostegno al pianeta automobilistico: il traballare di Gm, Chrysler e Ford negli States e la possibilità di ricevere aiuti di Stato la dicono lunga sullo stato di salute del settore a livello planetario.
La situazione è dunque difficile in Italia e fuori dai nostri confini. Per la produzione dell'auto, ma per l'intero sistema industriale. E se si mettono insieme i dati delle scorse settimane della Cisl (900mila posti di lavoro a rischio nei prossimi due anni) insieme a quelli odierni di Confindustria, il futuro appare nero. Secondo il Centro studi dell'associazione di Emma Marcegaglia, infatti, nel 2009, per la prima volta dal 1994, la variazione annua dell'occupazione sarà negativa, con un calo dell'1,4%. Tra il secondo trimestre del 2008 e la seconda metà del 2009 si avrà una perdita di 600 mila posti di lavoro. Nell'industria la caduta sarà, sempre l'anno prossimo, dell'1,8%, perchè è questo, sottolinea il Csc, 'il settore più esposto alla sfavorevole dinamica della domanda globale', anche se una diminuzione 'é in corso perfino nei servizi, tradizionale serbatoio di posti di lavoro (-1,4% nel 2009)'. Fino a raggiungere un tasso che potrà toccare l'8% di disoccupazione. Di fatto, è l'effetto di un biennio che potrà essere sintetizzato con una parola sola, tanto chiara quanto preoccupante: recessione. Anche questo per la prima volta dal dopoguerra, con il pil in caduta dello 0,5% quest'anno e dell'1,3% nel 2009.
La Fiat dunque è parabola emblematica di uno scossone economico generale, che va saputo leggere, perché non sia sottovalutato. Come ci spiega Maurizio Zipponi, responsabile economico del Prc, nel caso dell'azienda degli Agnelli la situazione è ancor più grave di quella, già preoccupante, presentata dai dati delle varie organizzazioni sindacali. 'Per ogni lavoratore della Fiat in cig, altri tre-quattro dell'indotto subiscono la stessa sorte. Cosicché a questi 59mila lavoratori cassaintegrati negli stabilimenti automobilistici, si aggiungono gli almeno 150mila dipendenti dell'indotto che vivono la stessa condizione'. E se la cig è garantita in queste grandi realtà industriali, per il mondo produttivo collaterale va peggio. 'Molte volte il sistema di produzione dell'indotto non gode degli stessi livelli di copertura sociale garantito ai soggetti industriali più grandi del settore auto: le aziende sotto i 15 dipendenti dell'indotto non hanno ammortizzatori', spiega Zipponi. Tra tutti, poi, si segnalano i precari, doppiamente colpiti dalla crisi che investe la Fiat. 'Rispetto alle passate ristrutturazioni attuate nella Fiat, già nel 2008, sono stati lasciati a casa migliaia di giovani lavoratori a tempo. Uno stillicidio che continuerà anche nei primi mesi del 2009'. Per questo, ai cassaintegrati degli stabilimenti dell'auto e a quelli dell'indotto, 'si devono aggiungere i 5mila giovani precari che il gruppo torinese ha lasciato a casa'.
Numeri enormi che nel futuro non potranno che crescere. Non si sa infatti che durata avrà per questi lavoratori la cassa integrazione. La Fiat promette che a gennaio i lucchetti di chiusura saranno aperti, ma le previsione fra i suoi dipendenti sono tutt'altro che rosee. Lo stesso Zipponi avverte come 'tutto il 2009 sarà pesantissimo. Anche la ripresa stabilita ufficialmente a gennaio non esclude un'altra tornata di cig, che anzi appare certa'.
Una ipotesti, quest'ultima, che porrà una nuova emergenza: quella della povertà legata allo scarso salario che la cassa integrazione comporta. 'Una settimana di cig ogni due e tre mesi poteva essere ammortizzata dalle famiglie e dai lavoratori, ma il ricorso più massiccio degli ammortizzatori sociali, che pure si paventa per i prossimi mesi, renderà le cose molto difficili'. Il perché Zipponi lo spiega facendo conti semplici: 'Per un lavoratore medio-basso della Fiat in cig si garantiscono 750 euro al mese che prolungati per diverse mesi, come accadrà nel 2009, non potrà che produrre un effetto sociale esplosivo: nessuna famiglia e nessun lavoratore può vivere'. Accanto alla preoccupazione della perdita dei posti di impiego, si fa spazio anche quella per l'impoverimento della classe lavoratrice che la cig determina. Il suggerimento dell'ex parlamentare è allora semplice: 'Superare l'idea che l'ammortizzatore sociale sia una specie di social card tremontiana diffusa a tutto il mondo del lavoro, attraverso un innalzamento almeno fino ai 1000euro e per tutti i lavoratori, precari compresi'.
Oltre a questo, poi, è indispensabile che l'Italia si doti di una programmazione economico-industriale. Nel caso Fiat si tradurrebbe in un comportamento nuovo dello Stato italiano, anche rispetto alla sua storia di relazione con il gruppo Agnelli. 'Lo Stato deve offrire alla Fiat finanziamenti che sostengano progetti di auto ad impatto ambientale zero, cioè ad idrogeno o elettriche, e in modo transitorio a metano. Si può pensare ad un intervento pubblico se è chiaro qual è l'interesse pubblico, in questo caso è avere mezzi di trasporto compatibili con l'ambiente', spiega Zipponi. Lo Stato, in questo modo, favorisce l'interesse pubblico, rompendo 'la vecchia logica, fino ad oggi dominante, anche nel suo storico rapporto con il gruppo Fiat, per cui si garantisce agli imprenditori di socializzare le perdite e privatizzazione i profitti'.
Ma solo Fiat è stata protetta e favorita in questa operazione, in questo comportamento dello Stato? 'No, è una lunga storia fatta di tanti protagonisti: da Fiat a Parmalat fino a Telecom', ci risponde il responsabile economico del Prc, ricordando come in questo senso dal resto del mondo arrivi una lezione diversa. 'Dagli Usa, Francia, Germania -dice Zipponi- giunge l'idea di una programmazione economica fatta di politica industriale vera, la stessa che da noi è latitante da decenni. Politica industriale è proprio questa: lo Stato da sostegno alla classe imprenditoriale ma decide a quale fine questo investimento deve servire, costringendo i beneficiari, cioè le aziende, a rispettarlo. Ed il fine non può che essere di pubblica utilità e di interesse collettivo'.
Il punto è che veramente ci si trova in presenza di una crisi senza precedenti. Nel passato, infatti, la Fiat rispondeva alla contrazione produttiva in tre modi: favorendo l'indotto, esplorando altri mercati o rilanciando nuovi modelli. Ed oggi? 'Non è più possibile: la crisi affligge tutti e tutti i settori in modo contemporaneo', afferma. Comunque in Italia anche questa politica non avrebbe grandi frutti perché a vanificarne gli effetti sarebbe la delocalizzazione impressa in questi anni. 'Se anche si ripartisse con la produzione automobilistica lanciando i modelli forti della Fiat, in una condizione di crisi meno diffusa a livello geografico, comunque non ci sarebbe un grande respiro per Mirafiori o per gli altri stabilimenti nazionali, perché la produzione di molti modelli Fiat è stata dislocata: in Turchia si producono il Fiorino e le auto commerciali, mentre in Polonia si è puntato sulla Panda e la 500. L'aver dislocato la produzione di alcuni modelli fuori dai nostri confini crea allarme negli stabilimenti italiani'.
Un quadro fosco reso ancor più fosco da quanto dichiarato dall'ad del gruppo Marchionne. Rispetto alla fusione della sua azienda con un altro partner, che conduca il gruppo ad una produzione di 5milioni di vetture l'anno, quindi un raddoppio rispetto al potenziale odierno, Zipponi è scettico.