




Quella che stiamo per riportare è la lettera aperta scritta da Giovanni M.Losavio per il prof. Pier Luigi Celli, narratore e saggista italiano, attualmente direttore generale dell'Università Luiss Guido Carli di Roma.
La lettera è una risposta ad un'altra lettera aperta che il prof. Celli ha inviato a suo figlio, prossimo alla Laurea, in cui lo esorta a lasciare l'Italia al più presto.
Vi lasciamo al testo:
Egregio professor Celli,
perdoni la mia ignoranza ma ho fatto la Sua conoscenza soltanto di recente, leggendo l'incipit dell'appello che ha rivolto a Suo figlio. "Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo... È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio", scriveva ieri (30 novembre ndr) dalle colonne del quotidiano "La Repubblica".
Incuriosito, ho cercato di saperne di più. Ho così appreso da Wikipedia che, narratore e saggista, Lei è figura di primissimo piano della nostra vita economica: laureato in Sociologia all'Università di Trento - proprio quella che tanto si distinse nella contestazione antisistema del ‘68 - ha rivestito incarichi di spicco in Eni, Omnitel, Wind; è stato direttore generale della Rai. Ho anche appreso che attualmente Lei svolge lo stesso ruolo presso l'università Luiss Guido Carli di Roma, nota per essere la palestra in cui si temprano carattere e attitudini delle nostre élites.
RitenendoLa fonte autorevole, ho deciso di proseguire con la lettura. Il Suo, senza dubbio, è un intervento trasuda delusione a ogni parola: "Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai", scrive Lei in un altro passaggio.
Mi permetta allora - Dottor Celli - di fare mia la Sua amarezza, ma non nel senso da Lei espresso. Più mi appassionavo alla lettura, infatti, più continuavo a essere tormentarlo da alcune domande - futili e forse insignificanti - ma che comunque non mi lasciavano tregua.
Dove è stato Lei nell'ultimo quarantennio? Dove la Sua generazione? Dove quelie elites che oggi siedono negli scranni parlamentari e che impassibili assistono al naufragio? Dove i capi tribuni che un tempo aspiravano a rappresentare gli sfruttatti - "Contro il sistema!", urlavano all'epoca - e che ora litigano con accanimento per le loro quote di potere?
E dove eravate mentre la nostra diventava una "società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende"? E cosa avete fatto per evitare che la vita pubblica (e privata) del nostro paese degradasse tra i miasmi purulenti dell'invidia, del rancore, della corruzione e del piccolo interesse di bottega? Cosa per proteggere le nostre energie più vitali dall'avvizzimento prematuro?
Certo, lei stesso ammette che "avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito", però - mi permetta - la Sua è una via d'uscita un po' troppo agevole: "scusate tanto ci siamo sbagliati ... e buonanotte ai suonatori". La Sua, professor Celli, non mi pare né una presa di coscienza né una spassionata denuncia; un lamento, tutt'al più. Una sterile recriminazione su ciò che poteva essere e non è stato, una petizione di principio incapace di diventare atto, azione di cambiamento.
E allora, professor Celli, quando Lei esorta Suo figlio a costruirsi una vita agiata e tranquilla presso altri lidi - più accoglienti, forse - lei irride tantissime persone che, consapevolmente, non sono fuggite e sono rimaste nel nostro Paese a Resistere.
Con gesti individuali e nonviolenti, spesso al limite della disperazione - questo offre il nostro attuale scenario - però a loro, noi tutti dovremmo riconoscere un atto di supremo eroismo; a loro, e solo a loro, dovremmo affidare la speranza di cambiamento. Resistono al prezzo dei famosi 1.000 euro al mese (quando la fortuna li aiuta), di tanta amarezza e disillusione, di altrettanta rabbia e sconforto.
Se altri, abdicando alla propria autodeterminazione individuale (che è cosa ben diversa dall'individualismo) e al proprio coraggio, avessero scelto una vita di comodità, probabilmente saremmo ancora fermi al periodo della monarchia assoluta quando i riformatori ardevano sui roghi o erano decapitati sulla pubblica piazza.
Se tutti raccogliessero il Suo appello, professor Celli, l'Italia sarebbe un Paese condannato a morte. Muoia Sansone con tutti i filistei! E' forse questo il Suo auspicio?
Autore: Giovanni M.Losavio
E voi cosa ne pensate di questa storia? Leggendo ciò che il professor Celli ha scritto al proprio figlio probabilmente sarete rimasti indignati e amareggiati. Attendiamo sviluppi futuri.