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STILI DI VITA

Israele e Palestina 2009: Obama si scontra con la dura realtà.

Il primo ministro israeliano Netanyahu non vuole risolvere insieme ad Obama la questione della pace in Medio Oriente. Il presidente americano affronta le prime vere difficoltà

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di Enrico Campofreda

Il primo ministro israeliano Netanyahu ha troncato con non troppa delicatezza la proposta del presidente Obama di una pace definitiva nel Medio Oriente.

Contro il passato recente degli accordi di Annapolis e contro un pezzo di storia, pur contrastata, firmata da Rabin e Arafat. Oltre questo c'è solo la lunga scia di sangue e massacri che rappresentano lo spettro sempre presente nel tormentato Medio Oriente.

Così l'atteso vertice di Washington lascia impassibile nel volto ma assai deluso nell'intimo il presidente americano il cui disegno diplomatico di pacificare l'area trova nell'indisponibilità dell'alleato un ostacolo che peserà già dai prossimi incontri previsti per giugno con Abu Mazen e Mubarak.

Politici che negli anni si sono mostrati morbidi e disponibili a concessioni d'ogni tipo verso Israele.

Eppure i falchi di Gerusalemme, che godono largo consenso in una nazione dove la difesa è concepita solo come perenne attacco, chiedono ai rappresentanti dell'Anp un riconoscimento - quello di Israele Stato ebraico - che va contro la drammatica storia dei palestinesi, della loro Nabka, del diritto al ritorno di centinaia di migliaia di profughi.

Lo chiedono per non concedere nulla più d'un autogoverno. Non lo Stato che anche l'osservatore Obama, giudicato neutrale solo dal 40% degli israeliani, afferma sia doveroso concedere per parlare di pace. E c'è in questa logica perversa una delle tattiche sioniste di sempre: proporre alla controparte qualcosa d'inaccettabile per vanificare qualsiasi accordo.

La sortita di Netanyahu di ieri segue tale direzione e mette in seria difficoltà le future mediazioni della Casa Bianca perché nulla dice degli insediamenti che hanno seviziato il micro Stato palestinese della Cisgiordania e nessuno spiraglio apre agli enormi problemi umanitari sempre presenti a Gaza, e sulla gestione della ricostruzione.

I commenti di parte palestinese segnalano indignazione. Da Ramallah il consigliere di Abu Mazen ha definito "Incoraggianti le dichiarazioni di Obama, deludenti quelle di Netanyahu" mentre Fawzi Barhoum portavoce di Hamas ha qualificato l'intervento di Obama come "voce pietosa volta a imbrogliare l'opinione pubblica internazionale sul reale sostegno americano all'esistenza d'un'entità sionista e razzista".

Ecco, se voleva partire col piede sbagliato il premier di Gerusalemme raggiunge pienamente lo scopo, rallegrando Lieberman, Yishai forse anche Barak sostenitore come gli alleati di sbancamenti e colonie, ma riproponendo un futuro nero.

(continua sotto la comunicazione pubblicitaria)

Nella regione Netanyahu voleva garanzie contro l'altro nemico - gli iraniani - in opposizione alla loro escalation nucleare che per Israele andrebbe fermata a suon di bombe. Obama sul tema è stato perentorio: nessun ultimatum a tre o sei mesi. Nei confronti di questa nazione dalle grandi potenzialità, con cui ultimamente si è aperta una fase distensiva, si valuterà che linea adottare in seguito alle elezioni del 13 giugno e dopo la definizione del programma nucleare per usi civili.

Entro un anno gli iraniani dovranno realizzare i resoconti sui programmi che la comunità internazionale monitora, solo se gli Usa si riterranno in qualche modo minacciati da un armamento nucleare allora scatteranno sanzioni e reazioni. La minaccia, per Obama, può riguardare Israele e il mondo intero ma ha lasciato intendere che sarà la Casa Bianca a valutarla senza che qualche Netanyahu di turno lo tiri per la giacca. Gerusalemme, invece, si preoccupa non poco dei comportamenti di Teheran sul nucleare perché essi seguono canali assai familiari a Israele.

E' la tattica dell'ambiguità, del dire qualcosa e fare l'esatto contrario, di raggirare amici e nemici, di porre davanti agli occhi del mondo il fatto compiuto. Spesso illecito, attuato con mezzi illeciti e la forza, alla faccia di democrazia, Knesset, leggi nazionali e mondiali.

L'Iran, di cui tanto Bibi voleva discorrere con Barack, proseguirà sulla via nucleare con qualsiasi presidente, sia esso un riconfermato Ahmenadinejad o l'ex primo ministro Moussavi che molto più del candidato conservatore Rezaie potrebbe scalzare l'ex leader dei Pasdaran.

La Guida Suprema Khamenei se ne sta in disparte e l'incertezza regna sulle urne.

Data di pubblicazione: 21/05/2009
Categoria: Stili di Vita