


Era una metodologia manageriale tra le più in voga negli anni ’90, poi il silenzio o l’assenza dalle prime pagine, tanto da farci pensare che fosse stata solo un capriccio del management o forse solo una moda del momento.
In quegli anni, era quasi impossibile leggere una rivista o partecipare ad un convegno, senza sentire parlare del Benchmarking. I guru avevano sentenziato che le imprese avrebbero dovuto utilizzarlo per sopravvivere. Mi sa che avevano proprio ragione, almeno considerando quante aziende sono venute meno.
Qualcuno ultimamente deve avere scoperto questa strana maledizione e ne ha sparso la voce, visto il recente ritorno di fiamma verso il Benchmarking.
Tra le principali motivazioni di tale ritorno, credo ci sia la competizione globale: poichè il “mondo” comincia ad essere sempre più stretto, le società che si fronteggiano in esso si convincono sempre più che per sopravvivere devono, non solo eguagliare, ma sicuramente superare le metodologie operative dei propri concorrenti.
Superarle non solo con il lento ma quotidiano ”miglioramento continuo”, bensì con l’adozione di nuove tecniche manageriali d’avanguardia. E allora, forza e coraggio, tutti a fare Benchmarking, e chi non lo fa, è fuori moda. Ma che cosa si intende, esattamente con Benchmarking?
Citiamo a titolo di esempio la ricerca che ho sviluppato di recente per determinare il rating di Basilea2 delle aziende calzaturiere del distretto di Barletta.
E’ stato determinato il rating ed è stato diffuso a tutte le aziende interessate del settore, affinché potessero confrontarsi con i valori della ricerca, e fare Benchmarking a casa propria.
Ma quello che queste aziende otterranno è solo una valutazione del risultato di alcune performance (in questo caso economico-finanziarie), che al limite potrà mostrare quanto ciascuna di esse è al di sopra o al di sotto del valore di riferimento del settore emerso dalla ricerca.
Questo modo di procedere, però:
tutto questo può essere soltanto il risultato di un processo di scoperta personale.
Non si può fare Benchmarking sulla base di valutazioni stilate da consulenti esterni, perché questa strada non porta ad una fondamentale conoscenza dei metodi e dei loro successivi miglioramenti, per arrivare ad essere vincenti.
Fare Benchmarking per un’azienda, dovrebbe voler dire osservarsi continuamente, analizzando le proprie performance ed i processi interni; porsi degli obiettivi, identificati nella fase iniziale come il naturale miglioramento delle performance correnti.
Il passo più critico è proprio quello di individuare i valori chiave da raggiungere ed il loro livello di accettabilità. Fatto questo, viene poi stabilito il “piano di azioni” per facilitarne l’ottenimento.
Arrivati a questo punto, se pensate di aver finito, siete in errore; manca ancora qualcosa, state come al solito facendo i conti senza l’oste, senza cioè considerare gli altri (i concorrenti) e tutto quello che stanno realizzando e raggiungendo.
Questo però è il lato oscuro del Benchmarking, quindi ve lo svelerò solo se siete disposti a scendere a compromessi con i vostri valori cristiani, in quanto si tratta di disubbidire ad uno dei dieci comandamenti, il decimo nella fattispecie.
Proprio così, avete capito bene, occorre “rubare la roba altrui”. Ma chi sono questi “altri”? Che cosa si deve “rubare”?
Se non lo avete capito da soli, forse è meglio che smettiate di occuparvi di Benchmarking; credo che la vostra concorrenza possa mettersi l’anima in pace a questo punto, tanto non le ruberete mai le idee.