Cosa rimane di Chernobyl a 30 anni dal disastro

Quelli che nel 1986 avevano l'età per capire quello accadeva intorno a loro ricorderanno la paura che attanagliò anche l'Italia nell'aprile 1986 dopo la catastrofe della centrale nucleare di Chernobyl

Cosa rimane di Chernobyl a 30 anni dal disastro

Che cos’è Chernobyl?

Chernobyl è una località ucraina che il 26 aprile del 1986 fu teatro della terribile esplosione del reattore di una centrale nucleare che provocò la fuoriuscita di una nube di materiali radioattivi che raggiunse zone della Finlandia e della Svezia.

I più adulti, quelli che nel 1986 magari erano bambini alle prese con i primi anni di scuola, lo ricorderanno di sicuro. Ricorderanno sicuramente lo sbigottimento dei genitori improvvisamente preoccupati ed intenti a rubare, in un’epoca nella quale internet era solo un argomento da fantascienza, qualsiasi informazione riguardo a una tragedia che ha segnato la vita di centinaia di migliaia di persone.

Cosa rimane di Cernobyl a 30 anni dal disastro che forse ha avuto conseguenze ancora più grandi rispetto a quelle già gravissime sull’ambiente, concorrendo in maniera determinante a mostrare al mondo intero l’estrema fragilità del gigante dai piedi di argilla sovietico. Proviamo a capire meglio cosa hanno lasciato in eredità quei momenti drammatici.

Chernobyl a 30 anni dal disastro

La centrale nucleare “Lenin” era in funzione dal 1977, anno in cui era stato consegnato il reattore numero uno. Situata a Chernobyl disponeva di quattro reattori utilizzati per la produzione di energia elettrica civile e nel corso dei suoi primi anni di vita aveva subìto alcune modifiche che ne avevano ridotto la sicurezza a vantaggio dell’efficienza, tra tutte l’accoppiamento, come moderatore, del grafite con l’acqua, che fungeva da refrigerante. Ecco cosa successe nella notte di quel ventisei aprile del 1986.

Erano in atto dei test sperimentali che rilevarono una serie di errori commessi sia dagli operatori, sia dai progettisti. In quei concitati momenti, infatti, si stava cercando di provocare un’avaria che doveva servire a verificare se l’alternatore e la turbina fossero in grado di produrre energia elettrica in caso di arresto del sistema di raffreddamento. Ma il tentativo, che aveva dato esiti positivi quando venne fatto sul reattore numero tre, fallì miseramente invece quando si procedette con il numero quattro (quello che è stato tumulato poi sotto una colata di cemento che gli ha assegnato il macabro appellativo di sarcofago).

Errore fatale che scatenò l’apocalisse. L’errore produsse l’incontrollato aumento della potenza del nocciolo del reattore. L’acqua di refrigerazione si scisse in idrogeno e ossigeno, la pressione produsse la rottura delle tubazioni di raffreddamento, l’idrogeno e la grafite entrarono in contatto con l’aria generando l’esplosione che scoperchiò il reattore favorendo la fuoriuscita di una nube radioattava che contaminò la zona circostante raggiungendo con la complicità del vento zone della Finlandia e della Svezia fino a lambire i paesi dell’Europa occidentale. Si calcola che nell’atmosfera vennero lanciate venti milioni di curie di materiale radioattivo, una quantità enorme.

Le aree vicine furono prontamente evacuate e più di trecentotrenta mila persone furono costrette a trasferirsi altrove. Quella notte si verificò una catena di errori che avevano una genesi diversa: dall’inadeguatezza del personale non qualificato, all’imperizia di chi prese le decisioni più azzardate, ai difetti dell’impianto stesso che già nel 1982 aveva conosciuto un incidente di minor entità senza per questo convincere i progettisti ad apportare le necessarie correzioni, alle carenze tecniche del reattore RBMK, in particolare le barre di controllo. Il livello delle radiazioni sprigionate dall’incendio del reattore fu talmente importante da superare di gran lunga quello delle esplosioni nucleari di Hiroshima e Nagasaki. Ma cosa rimane di Chernobyl a 30 anni dal disastro? Bisogna considerare che nel corso degli anni le agenzie Onu hanno redatto un rapporto ufficiale che calcola in sessantacinque i decessi collegati direttamente al disastro.

Quattromila invece è la stima dei morti che si possono ricondurre alla catastrofe a causa di tumori e leucemie che potranno colpire le persone esposte alle radiazioni nell’arco degli ottanta anni successivi. Greenpeace ritiene che questi numeri siano sottostimati. Nei giorni immediatamente successivi all’incidente il governo sovietico tentò di tener nascosta la notizia. I primi allarmi arrivarono da Stoccolma ed Helsinki dove fu registrato un aumento inquietante dei livelli di radioattività; in Italia le voci iniziarono a circolare la sera del ventotto aprile, quando si venne a conoscenza che Mosca aveva istituito una speciale commissione d’inchiesta.

Di certo l’aspetto predominante, favorito anche dalla più recente catastrofe di Fukushima (2011), è il timore che le centrali nucleari non siano in grado di garantire sicurezza oltre all’energia a buon mercato. E quindi la domanda che si ripeterà, forse senza trovare mai una risposta convincente sarà se bisogna preferire il progresso che vuol dire energia a buon mercato oppure si debba salvaguardare la vita umana e la salute del pianeta più di ogni altro interesse. Un quesito che più passa il tempo e più esige risposte chiare e sensate. Il tempo a disposizione dell’uomo per salvaguardare la sua stessa sopravvivenza sta per scadere.

Autore: Luigi Mannini
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