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Licenziamento illegittimo: hai diritto a un risarcimento?

Licenziamento illegittimo, quando per motivi disciplinari è previsto il reintegro e quando il risarcimento.

Licenziamento illegittimo: hai diritto a un risarcimento?

Cosa significa licenziamento illegittimo?

Il licenziamento appartiene al ramo del diritto del lavoro. Rappresenta il mezzo attraverso il quale si pone fine al rapporto di lavoro. La norma sui licenziamenti illegittimi, nel nostro ordinamento giuridico è legata alla Legge n. 604/66 e all’articolo 18, nati a tutela dei lavoratori. Successivamente la Legge n 92 del 2012 e il Decreto legislativo n 23 del 2015, hanno modificato l’articolo 18, in modo particolare la legge disciplina i contratti lavorativi posti in essere dopo il 7 marzo 2015.

Tagliato l’articolo 18, nell’ipotesi di licenziamento illegittimo il lavoratore ha diritto a un reintegro o a un risarcimento? Il reintegro sul posto di lavoro per tanti lavoratori resta solo un miraggio. Le disposizioni della legge 92/2012 portano a un quadro complesso. Partono dalla lettera che il datore di lavoro deve inviare al lavoratore con le motivazioni esplicite del licenziamento, pena la nullità dell’atto, fino alla revoca del licenziamento stesso. Il datore di lavoro può annullare il licenziamento entro quindici giorni dalla ricezione della comunicazione da parte del lavoratore. Ovviamente, il rapporto di lavoro si intende riattivato. In questo caso, il lavoratore ha diritto a ricevere l’intera retribuzione compresa quella inerente il periodo precedente la comunicazione della revoca, così come previsto dal Decreto legislativo n. 23 del 2015.

Il lavoratore ha facoltà d'impugnare il licenziamento ritenuto illegittimo attraverso un atto scritto in via extragiudiziale oppure avvalendosi delle associazioni sindacali, entro sessanta giorni dall’avvenuta comunicazione del licenziamento. Nel caso di opposizione stragiudiziale il ricorso deve essere depositato presso la cancelleria del Tribunale del lavoro competente per zona, entro 180 giorni. Tale ricorso deve contenente la richiesta inviata alla controparte, in questo caso al datore di lavoro, contenente la probabile conciliazione oppure l’arbitrato.

Il Decreto legislativo n. 23 del 2015 punta verso un sistema diretto a garantire un’indennità per il lavoratore, restringendo i casi di reintegro sul lavoro per i licenziamenti illegittimi. Ricordiamo, che tale regime entra in vigore per tutti i contratti di lavoro stipulati dal 7 marzo 2015. Viceversa, l’articolo 18 resta in piedi per tutti i contratti di assunzione avvenuti prima di tale data.

Licenziamento illegittimo: hai diritto a un risarcimento?

Esistono dei casi “particolari” dove per legge il lavoratore ha diritto al reintegro immediato del posto di lavoro, quali:

  • licenziamento avvenuto verbalmente senza nessun atto scritto;
  • motivi discriminatori come ad esempio: licenziata per gravidanza oppure per matrimonio così come disposto ai sensi dell’articolo 54 del Decreto legislativo n. 151 del 2001.

Per gli altri casi, cioè quando il licenziamento è dovuto per questioni puramente disciplinari, la reintegra al posto di lavoro, spetta solo se il giudice stabilisce che il “fatto non sussiste", quindi, quando non vi è causa imputabile al lavoratore. Viceversa, se la questione è evidente, ma non giudicata tale da produrre il licenziamento, al lavoratore per legge spetta il risarcimento, così come ha stabilito la Cassazione nella sentenza n. 17528/17.

Vista la complessità dell’argomento per chiarezza esplicativa vi mostriamo nel dettaglio 4 ipotesi di licenziamento illegittimo, quali:

  1. il lavoratore licenziato per puri motivi discriminatori ha diritto al reintegro immediato del posto di lavoro, indipendentemente dalla grandezza dell’azienda. I motivi discriminatori, ovviamente possono riguardare, i seguenti casi, quali: contrastanti idee politiche, matrimonio e gravidanza, religione praticata, sesso ecc.;
  2. per questioni disciplinari come ad esempio quando il licenziamento illegittimo avviene con la dicitura “giusta causa”, spetta al giudice stabilire la veridicità delle circostanze. Ovviamente, nel caso si pronunci con una sentenza dove il “fatto non sussista” e le cause del licenziamento non possono essere attribuite al lavoratore, il giudice stabilisce il reintegro o il risarcimento in base alla grandezza dell’azienda, cioè la scelta del giudice è condizionata dal numero dei dipendenti superiore o inferiore a quindici;
  3. nell'ipotesi che il giudice stabilisce che i motivi disciplinari sono reali, ma non così gravi, da determinarne il licenziamento. Il lavoratore avrà diritto a un risarcimento. Un’ipotesi palese può essere quella di un dipendente che in via del tutto eccezionale, risulti assente durante una visita fiscale o non reperibile in casa durante le ore di malattia. Ovviamente, è il giudice che stabilisce la rilevanza del licenziamento, se questi attesti che il comportamento del dipendente non sia così grave da imputare il licenziamento, può emettere una sentenza di risarcimento a favore dell’impiegato, condannando il datore di lavoro al versamento di una indennità, quantificabile in due mensilità per ogni anno di servizio, per un valore che rientri tra le 4 e le 24 mensilità, calcolate in modo crescente in proporzione agli anni di servizio effettivi;
  4. qualora, il giudice accerti che il licenziamento illegittimo operato a danno del dipendente risulti del tutto non veritiero e inesistente, come ad esempio, può essere il licenziamento per motivi di furto, in cui dalle telecamere si evince che il lavoratore non ha commesso nessun illecito. Il dipendente avrà diritto sia al reintegro sul posto di lavoro sia al risarcimento. L’indennità viene corrisposta dal datore di lavoro, partendo dall’ultima retribuzione sino all’avvenuto licenziamento, conteggiando anche i giorni del reintegro, resta da considerare che comunque non potrà essere maggiore delle dodici mensilità. 

Autore: Antonella Tortora
pubblicato il