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Crisi cemento: proteste rappresentanze, simbolo Italia che non riparte

I numeri forniti dai sindacati del settore eoltre 9.000 posti di lavoro persi in meno di dieci anni e e 1.880 aziende chiuse.

Crisi cemento: proteste rappresentanze,

Edilizia, prosegue perdita posti lavoro



Il fatto che l'edilizia non parta ma sprofondi sempre più è assultamente negativo, una dimostrazione che nazione non cresce.

Proseguono le manifestazioni in tutta Italia e questa mattina è avvenuta a Perugia dove i snidacati hanno spiegato al viprefetto le proprie perpessità che sono quelle riportate nell'articolo e che riguardano tra l'altro tutta l'Italia, visto che loccare l'iediizia significa che un Paese è bloccato nella sua economia. E hanno sottolineato dei numeri dei 10 anni di crisi, come la produzione del cemento che ora è di 19 milioni, mentre pria era di 47 milioni e la chiusura di tante aziende e fabbriche.

Se è vero che il settore dell'edilizia rappresenta il termometro dello stato di salute di un Paese, allora le cose non si mettono affatto bene per il nostro Paese. Il problema è che non solo il fatturato generale non è affatto paragonabile a quello del passato ovvero degli anni precrisi. Ma le ricadute occupazionali sono sanguinose. Sono le organizzazioni sindacali di categoria a fornire i numeri della perdita di posti di lavoro che, argomentano, non può avere altri epiloghi che uno sciopero generale. Perché, come argomentano i rappresentanti dei lavoratori, il mancato rinnovo del contratto per un milione e mezzo di dipendenti in Italia contribuisce a danneggiare l'intero comparto. Al di là dei casi specifici - alcuni dei quali, come vedremo a breve, particolarmente gravi, è l'intera situazione italiana a far suonare più di un campanello di allarme.

Dinanzi ai circa 150 tavoli di crisi aperti, si fa presto ad arrivare a una conclusione lapidaria su ciò che è stato fatto e sulle carenze, ma soprattutto su ciò che è stato fatto male per fronteggiare lo stato di crisi perdurante da circa un decennio. Soprattutto sul versante dell'edilizia, strategico per ogni Paese anche a livello di Prodotto interno lordo, quel supplemento di attenzione è mancato e le rinnovate proteste dei sindacati per la continua perdita dei posti di lavoro in Italia. Insomma, per dirla con le parole dei sindacati che hanno organizzato un sit in davanti alla sede Ance a Torino, il settore dell'edilizia è semplicemente in crisi. Più precisamente, tutti loro hanno presentato una piattaforma unica con richieste che riguardano

  1. il diritto al lavoro
  2. il rafforzamento del sistema della previdenza complementare
  3. il salario
  4. l'introduzione del contratto di cantiere
  5. la creazione di un fondo di accompagnamento dei lavoratori più anziani alla pensione
  6. la creazione di un sistema sanitario integrativo
  7. la lotta al lavoro nero e grigio
  8. la regolarità delle imprese in termini di ore lavorate e denunciate in Cassa Edile
  9. la sicurezza e la formazione su rischi di tutti i lavoratori nel cantiere edile

Da qui l'indizione della giornata di sciopero nazionale per il 18 dicembre con tanto di manifestazioni interregionali.

Edilizia: il drammatico caso di Torino

Ci sono allora i numeri forniti dai sindacati del settore edile della provincia di Torino a far tremare le gambe: oltre 9.000 posti di lavoro persi in meno di dieci anni e e 1.880 aziende chiuse. Non solo, ma si stimano 3.000 lavoratori in nero e 4.200 con contratti non edili tra metalmeccanici, multiservizi, terziario e florivivaisti nella provincia del capoluogo piemontese. Per i rappresentanti dei lavori ce n'è abbastanza per partecipare allo sciopero nazionale del 18 dicembre per il rinnovo del contratto nazionale scaduto da più di un anno. Tra i punti caldi della protesta, al di là dell'aumento salariale, c'è la possibile introduzione del contratto di cantiere contro il dumping contrattuale di aziende che lavorano irregolarmente, facendo uso di lavoro nero o di contratti non edili.

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di Chiara Compagnucci pubblicato il