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Rivolta in Libia: la Cina ha paura e censura il Web

La Cina censura il web timorosa di possibili rivolte. La situazione



La Cina torna a censurare: timorosa che le rivolte che stanno infiammando i Paesi del Medioriente possano arrivare nei paesi dell’estremo est asiatico, il governo della Cina ha bloccato sul nascere la protesta organizzata ieri da gruppi di persone a Pechino, Shangai, Guangzhou e in altre dieci grandi città.

Il presidente cinese Hu Jintao ha insistito sulla necessità di controllare più da vicino Internet e di guidare l’opinione pubblica e il giorno dopo il suo discorso, il governo ha bloccato le conversazioni telefoniche e i siti web che incitavano il popolo a ribellarsi ed emulare la Rivoluzione dei gelsomini.

Il primo messaggio è apparso su Boxun.com, il sito di una comunità cinese virtuale creata da Watson Meng, primo esempio di giornalismo partecipativo in Cina e che rappresenta una delle più importanti fonti alternative di notizie. Boxun.com è riuscito a pubblicare un video della piccola manifestazione organizzata a Pechino, l’appello che circolava in Rete è rimbalzato attraverso alcuni siti oltreoceano gestiti da attivisti cinesi fuoriusciti, e recitava ‘Tu e io siamo il popolo cinese che ancora ha un sogno per il futuro.

Dobbiamo agire responsabilmente per il futuro dei nostri figli’. Il governo cinese ha letto questo messaggio come tentativo di rivolta, su Twitter cinese è stata anche bloccata la ricerca della parola ‘gelsomino’ e a ogni tentativo di includerla nelle pagine personali dei social network appare un messaggio che invita a non postare messaggi inappropriati.

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Autore: Marcello Tansini
pubblicato il