La Cina ha paura della rivoluzione come in Egitto e in Libia. Nuove regole e censure.

Timori e manifestazioni in Cina. Cosa sta succedendo?



La paura corre sul web: la Cina teme lo scoppio delle stesse rivolte che stanno infiammando i Paesi Medio Orientali e intraprende la strada della nuova censura. Dalla Tunisia, all’Algeria, all’Egitto, allo Yemen, alla Libia, la Rete è stato il mezzo di comunicazione che è riuscito ad informare, veicolare, trasmettere e far sapere al mondo intero ciò che stava accadendo.

Internt, tramite Twitter, Facebook, Youtube, ha svelato al mondo intero tramite immagini poi censurate di violenze e dittature, e la Cina ora trema. Fanno scuola i racconti di una cronista di Repubblica inviata nel Paese che descrive il Paese come asserragliato nel suo silenzio, un Paese dove lei, giornalista, per parlare con qualcuno deve chiedere un’autorizzazione, e vedere di ottenerla, compilare moduli in orario d'ufficio o chiedere con tre giorni di anticipo un incontro determinato.

Riferisce che un funzionario dell'ufficio stranieri di Pechino le spiega le nuove misure per la sua sicurezza. Racconta che nel suo ufficio, dov’erano presenti anche altri funzionari, uno, ad un certo punto, ha azionato una telecamera per riprendere le ‘lezioni di comportamento agli amici giornalisti occidentali’. Il funzionario legge “Quella che voi chiamate rivoluzione dei gelsomini in Cina non c'entra e non è oggetto di questo amabile colloquio. E poiché non sappiamo cosa sia, non sono autorizzato a parlarne”.

Nessuno pensa all'ipotesi che le passeggiate per la democrazia organizzate ogni domenica alle 14 nel cuore delle più importanti città, possano riuscire nel tempo a raccogliere un numero crescente di appassionati. Per il funzionario non deve succedere.

Il suo compito è che, qualsiasi cosa accada, nessuno ne parli.La domanda su cosa fare nel caso sia un cinese a rivolgere la parola ad uno straniero, interrompe la lezione. “Lo vede sono i giornalisti succubi dell'America che vogliono trasformarsi nella notizia e diventare una rivoluzione, per farsi pagare immagini che essi stessi animano”.

Secondo lui la cosiddetta rivoluzione dei gelsomini, “che dovrebbe infettare la Cina con il virus libertario che ammorba il Mediterraneo, è l'accademico show del club dei corrispondenti in crisi d'astinenza. Dunque: no giornalisti no insurrezione”. Del resto, in Cina domenica 20 febbraio un appello su internet incitava a manifestare contro il governo per una rivoluzione al gelsomino in tredici città. Solo poche centinaia hanno risposto all'appello.

La domenica successiva la chiamata alle dimostrazioni si è estesa a 27 città ma il risultato comunque è stato poco soddisfacente. Il motivo di questo ‘blocco’ è da ricercare essenzialmente nell’intervento immediato dei poliziotti che hanno impedito ai dimostranti di raggrupparsi. Ma, considerando la crescita esponenziale del Paese negli ultimi mesi, considerando i record economici raggiunti, non ci dovrebbero esser proprio i presupposti perché scoppi proprio qui una rivoluzione del gelsomino.

Non come in Medio Oriente, dove le popolazione vivono in condizioni miserabili e un'improvvisa impennata dei prezzi dei cereali ha rappresentato un dramma per milioni di persone. Eppure la Cina teme, forse per il regime che dittatura non è più ma comunque fortemente autoritario rimane, forse per le dure condizioni del vivere sociale e civile cui sottopone la popolazione.

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di Marianna Quatraro pubblicato il