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Fallimento San Raffaele e suicidio manager Cal: giallo pistola di cui aveva parlato Don Verzè

Ombre sulla morte di Mario Cal. La crisi del San Raffaele all'origine del suicidio



Tante le ombre sulla morte di Mario Cal, braccio destro di don Verzè alla guida dell’ospedale San Raffaele a Milano. Cal si è ucciso ieri, nel suo ufficio, all’interno della struttura sanitaria e la scena del suicidio presenta ancora due particolari da chiarire: il contenuto delle due lettere scritte alla moglie e alla segretaria e la pistola con cui si è sparato alla nuca, ritrovata a distanza dal corpo e dentro un sacchetto di plastica.

Da chiarire anche le motivazioni che hanno portato Cal ad un gesto tanto estremo. Nessuno si aspettava il suicidio, chi lo conosceva da anni lo ricorda come una persona positiva che non si era mai tirata indietro nelle situazioni difficili in cui la fondazione del San Raffaele si trova.

L’avvocato di Cal, Rosario Minniti, pensa che il suicidio sia maturato a causa del sogno che voleva realizzare con Don Verzè e cioè quello di costruire ospedali in tutto il mondo. L’impossibilità di dar seguito a questo progetto, a causa del forte deficit dello stesso San Raffaele, in cui lui ha sempre voluto vedere l'esempio di efficienza e primato sanitario, avrebbe gettato nello sconforto l’uomo fino a spingerlo alla morte.

Su come Mario Cal sia morto, si ricorda una intervista che don Luigi Verzè rilasciò alla rivista Wired nel febbraio del 2009, in cui raccontava che per dar vita alla sua creatura dovette superare alcune difficoltà essendo stato denunciato al Sacro Ministero. E dunque: “Sono dovuto andare a Roma, ho subito un’ora di interrogatorio davanti a una commissione di monsignori. Hanno sentito le mie ragioni, poi uno di loro mi ha detto: ‘Lei non deve avere paura del Cardinal Montini. Lei deve avere paura solo di una cosa, di fallire! Nel caso le do un consiglio. Il giorno prima del fallimento si compri una pistola e si spari”.

Una coincidenza decisamente non da poco. Don Verzé è un uomo che è riuscito a farsi finanziare opere colossali, anche a dispetto dei suoi superiori gerarchici, aggirando l'ostacolo e rivolgendosi direttamente al Padreterno (“io vado avanti e fino a che lui mi viene dietro non mi fermo”).

Una volta, ai tempi in cui Paolo VI era ancora il cardinal Montini, qualcuno ebbe l'impressione che Verzé si stesse allargando troppo e lo denunciò al Sacro Ministero. “Sono dovuto andare a Roma, ho subito un'ora di interrogatorio davanti a una commissione di monsignori. Hanno sentito le mie ragioni, poi uno di loro mi ha detto: ‘Lei non deve avere paura del cardinal Montini. Lei deve avere paura solo di una cosa, di fallire! Nel caso le dò un consiglio. Il giorno prima del fallimento si compri una pistola e si spari o si butti dalla finestra del quarto piano’”.

Don Verzé non avrà mai bisogno di quella pistola. Come abbia fatto a convincere per decenni imprenditori, politici e alti prelati a lui sempre ostili a finanziare le sue opere, quello è un segreto che non ha voluto dire.

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Autore: Marianna Quatraro
pubblicato il