BusinessOnline - Il portale per i decision maker








Pensioni 2012: svantaggi non solo per esodati. Ecco chi deve lavorare più a lungo

In Italia si andrà in pensione più tardi che nel resto d’Europa: cosa cambia



Con l’estensione del sistema contributivo per tutti, entrato in vigore dal primo gennaio 2012 con la riforma delle pensioni del Governo Monti, e con la consapevolezza, che ormai dovrebbe essere maturata in tutti, che più tempo si lavora e più si percepirà di pensione, sembra che gli assegni al termine della vita lavorativa dovrebbero essere dignitosi.

Ma non è tutto oro quel che luccica: da alcuni esempi ottenuti utilizzando il software della società Epheso, disponibile sul sito del Sole 24 Ore, che mette a confronto due simulazioni pensionistiche con le regole pre e post riforma, emerge che la pensione che si ottiene con l'applicazione delle nuove regole è più elevata rispetto a quella che si sarebbe ottenuta con le vecchie perché si lavora di più e si versano più contributi.

Ma il sistema permette anche di calcolare i vantaggi o gli svantaggi in relazione ai contribuiti effettivamente versati e alla pensione attesa, cioè quella idealmente incassata sulla base della speranza di vita residua al pensionamento. Nel 2020 quando le nuove regole entreranno a regime, l'Italia avrà il record dell'età pensionabile più alta tra tutti i Paesi dell'Unione Europea: nel Belpaese si andrà i pensione sempre più tardi, secondo le previsioni della stessa Commissione e si arriverà ad un'età di 68 anni e 11 mesi nel 2040, 69 anni e 9 mesi nel 2050 e a 70 anni e 3 mesi nel 2060 secondo l'andamento della speranza di vita attuale.

Un'età che al di sopra anche di quella della Germania e della Danimarca rispettivamente 65 anni e 9 mesi e 66 anni. E di questa lunga uscita dal lavoro, ciò che si discute è l'inadeguatezza economica delle pensioni che con le stesse riforme e l'introduzione del sistema contributivo sicuramente subiranno un decurtamento sostanziale, anche se leggermente mitigato proprio dalla vita lavorativa più lunga.

Prendendo, per esempio, il caso di un impiegato o operaio di un’azienda privata, nato a gennaio del 1975, con un’anzianità accreditata di 10 anni e 0 mesi, un reddito annuo lordo di 20.000 euro e una previsione di carriera assestata (inflazione +1%), con le vecchie regole avrebbe versato 212mila euro di contributi per incassare un pensione teorica di 225mila.

Con le regole attuali, i contributi futuri saranno di circa 250mila euro e la pensione totale di 237mila, con una perdita di circa 25mila euro e un indice di penalizzazione, calcolato in percentuale come quoziente tra l'importo della penalizzazione rispetto alla somma di tutte le pensioni attese, del 10,5%.

Ti è piaciuto questo articolo?




Commenta la notizia



Autore: Marianna Quatraro
pubblicato il