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Pensioni: quando e come andare. Novità e cambiamenti per coefficienti e crisi economica 2012

Andare in pensione con le nuove regole: calcoli ed effetti crisi



Qualcosa si muove nel mondo delle pensioni, causa crisi economica 2012. I due nuovi fattori di rischio che incombono sulle pensioni degli italiani sono rappresentati dai nuovi coefficienti di calcolo e dalla crescita decisamente lenta, o potremmo dire addirittura pari allo zero, del nostro Paese.

Lo stallo del Belpaese, infatti, non si traduce solo in un’economia ferma e in un benessere che viene meno ma anche, e soprattutto, in pensioni più povere. Questo nonostante qualche giorno fa si sia parlato di assegni pensionistici più alti se si va in pensione più tardi.

Secondo alcune stime, infatti, la riforma delle pensioni Monti- Fornero dovrebbe permettere di ricevere assegni previdenziali più vicini all’ultimo stipendio.

Per i dipendenti maschi il trattamento previdenziale di vecchiaia dovrebbe garantire sempre tra il 70-75% dell’ultima retribuzione (tasso di sostituzione) e in prospettiva anche l’80-85% del tasso di sostituzione netto, cioè la differenza tra ultima busta paga e primo assegno previdenziale al netto degli effetti fiscali e contributivi.

Secondo le proiezioni della Ragioneria Generale dello Stato, che ha appena pubblicato il report annuale sulle dinamiche della spesa previdenziale, per i lavoratori dipendenti il trattamento di vecchiaia dovrebbe garantire il 70,75% dell’ultima retribuzione, mentre per gli autonomi non dovrebbe mai scendere sotto il 50-60% (merito anche della nuova aliquota contributiva, salita al 24%). Ma sarà così realmente?

Secondo le elaborazioni realizzate da Progetica, società indipendente di consulenza in educazione e pianificazione finanziaria, dal primo gennaio 2013, a seconda dell’età di pensionamento il vitalizio subirà un taglio che oscilla dal 2,6% al 4,2% rispetto a chi si pensiona nel 2012.

Questo sarebbe l’effetto dell’entrata in vigore dei nuovi coefficienti per il calcolo delle pensioni contributive, cioè le percentuali che applicate al montante (la somma dei contributi accantonati durante l’intera vita lavorativa) determinano quale sarà l’importo del vitalizio.

I risultati parlano di una pensione più bassa, perché s’ipotizza che verrà versata più a lungo. Per fare un esempio, chi andrà in pensione a sessantacinque anni, dal primo gennaio 2013, per ogni centomila euro di montante contributivo avrà una pensione annua di 5.440 euro, contro i 5.620 che riceveva fino allo scorso anno.

Senza considerare che, in base all’allungamento dell’aspettative di vita, si dovrà in pensione sempre più tardi per avere un assegno più alto: per esempio, un dipendente trentenne che ha cominciato a lavorare a venticinque (e quindi ha già all’attivo cinque anni di contribuzione) potrebbe staccare a 63 anni, con una copertura del 59% rispetto all’ultimo stipendio, ma la copertura potrà salire al 61% lavorando però cinque anni e sei mesi in più. Per un lavoratore autonomo che stacca alla stessa età il tasso di sostituzione potrà essere decisamente più basso, appena il 40% del reddito finale.
 

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Autore: Chiara Compagnucci
pubblicato il