Ilva Taranto: cassaintegrazione, merci bloccate, inquinamento, nazionalizzazione. Ultime notizie

Come procedono i lavori all’Ilva di Taranto? Novità e proposte



Fino a qualche tempo fa, così come annunciato dal presidente dello stabilimento, Bruno Ferrante, erano circa 8 mila i possibili lavoratori dell’Ilva per cui sarebbe scattata la cassa integrazione.

Invece, almeno per il momento, la cassa integrazione dovrebbe toccare poco meno di 3mila 500 lavoratori fra cassa ordinaria e in deroga. Massimo Battista e Aldo Ranieri, del comitato di cittadini e lavoratori Liberi e pensanti, hanno detto: “Temiamo una cassa integrazione di grosse dimensioni con la chiusura dei reparti. Così si prepara una morte lenta per gli operai. Ci saranno gli ammortizzatori sociali, ma il futuro?”.

Secondo alcuni, una possibile soluzione ai problemi dell’Ilva potrebbe essere la presenza dello Stato, che dovrebbe intervenire sostituendosi temporaneamente alla proprietà privata per avviare un'operazione di risanamento e di rilancio salvaguardando la salute degli abitanti, in una sorta di processo di nazionalizzazione.

Non si tratta, però, di nazionalizzare un'impresa ma di sottrarla temporaneamente a una proprietà che è sotto accusa della magistratura e non è in grado di gestire una fase così complessa mentre deve difendersi da accuse pesanti. Una volta poi risolti i problemi più rilevanti, potrà essere rimessa sul mercato.

Si tratterebbe, dunque, di un provvedimento temporaneo di cui il governo dovrebbe assumersi la responsabilità, a partire dal presidente del Consiglio e dal ministro dello Sviluppo economico.

“La nazionalizzazione dell'Ilva sarebbe l'ultimo stadio di un percorso che, però, va tutto verificato, compresa la compatibilità con le norme europee, in termini di regime di aiuti di stato”, ha detto il ministro dell'Ambiente, Corrado Clini.

E ancora: “Noi ora stiamo verificando con l'azienda lo stato delle attività e delle iniziative da intraprendere per rispettare i termini dell'Aia”. Intanto si attende la decisione della Corte Costituzionale sul conflitto di attribuzione promosso dalla magistratura tarantina, e, soprattutto, sulle eccezioni di incostituzionalità sollevate su aspetti della Legge Salva-Ilva 231 del 2012.

La decisione della Corte si attende dopo che la Procura di Taranto ha detto no al dissequestro vincolato delle merci del siderurgico e quindi anche alla possibilità che fosse il Garante per l'Aia a gestire il ricavato della vendita impiegandolo per stipendi e interventi di risanamento ambientale.

Ma c’è un’altra emergenza da risolvere a Taranto ed è quella dell’inquinamento ambientale: Alessandro Marescotti, presidente dell’associazione PeaceLink , attiva dal 1992 sui temi della pace, dei diritti umani e del rispetto dell’ambiente, ha dichiarato che “Taranto è una città compromessa”.

Secondo Marescotti, i dati sulle emissioni dell’Ilva sono sempre più drammatici. Ad esempio, il camino più alto dell’Ilva, l’E312 da cui fuoriesce la diossina, emette quantitativi orari di polvere 25 volte superiori rispetto ai minimi emissivi consentiti con la migliore tecnologia.

Lo stabilimento produrrebbe, inoltre, diossine e pcb che sono sostanze che possono favorire l’insorgenza del cancro e che hanno anche potere genotossico, cioè ci sono concreti rischi di mutazione e danneggiamento del Dna che i genitori trasferiscono ai figli.

Inoltre la falda sotto l’Ilva si sta contaminando, l’acqua presenta vari superamenti per i metalli pesanti ed è urgente far partire la Mise, ovvero la messa in sicurezza d’emergenza.

Secondo il ministro Clini, è necessario che Riva (proprietà dell'Ilva) “finanzi la bonifica dell'Ilva di Taranto, lo deve fare se vuole rimanere nella proprietà dell'azienda. 'Da un lato stiamo verificando con l'azienda lo stato delle iniziative per rispettare i termini dell'Autorizzazione Integrata Ambientale, dall'altro stiamo aspettando da Ilva una risposta industriale e finanziaria circa l'affidabilità del suo impegno”.

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di Marcello Tansini pubblicato il