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Pensioni d'oro: intervenire per cambiare attuale sistema Fornero

Come cambiare il sistema per colpire le pensioni d’oro: le ipotesi



“Sulle pensioni d'oro non si può mettere un contributo di solidarietà perché è stato bocciato dalla Corte Costituzionale, ma si può bloccare l'indicizzazione (ovvero l'aggiornamento Istat) che, a seconda del livello di importo al quale si fissa «può produrre effetti non trascurabili.

E si ripartirà da lì, dopo che ai primi di giugno la Consulta ha stabilito senza ombra di dubbio che il contributo di solidarietà chiesto ai pensionati che prendono più di 90 mila euro lordi l'anno viola la Costituzione”.

Con queste parole, il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, ha annunciato possibili interventi sulle cosiddette pensioni d’oro. Qualche giorno fa, la Corte ha bocciato la norma che prevede una sovrattassa temporanea sulle pensioni più alte, con l'obiettivo della stabilizzazione finanziaria, ritenendo violasse l'articolo 53 della Carta Costituzionale, che stabilisce che ogni italiano deve pagare una quantità di tasse in proporzione alla propria capacità contributiva. Chi guadagna di più, insomma, deve pagare di più.

In base a questo articolo, però, non è neppure ammissibile che un pensionato che incassa dall'Inps una determinata cifra, debba subire un prelievo più alto di un cittadino lavoratore dipendente o autonomo che dichiara lo stesso reddito. Secondo la Consulta, non è possibile usare due pesi e due misure.

Nonostante il pronunciamento della Consulta, il governo Letta ha intenzione di proseguire sulla strada della tassazione delle pensioni d'oro, e per evitare ulteriori scontri con la Consulta, si potrebbero seguire due strade: la prima sarebbe chiedere il contributo di solidarietà non soltanto a chi è in pensione ma a tutti i cittadini che dichiarano un reddito superiore a 90mila euro lordi all'anno.

Si tratta in totale di mezzo milione di persone, che sono per oltre il 90% lavoratori ancora attivi, mentre meno del 10% è rappresentato da pensionati. Un provvedimento del genere otterrebbe il via libera della Corte ma comporterebbe un aumento della pressione fiscale sui redditi da lavoro.

Ma il governo, invece di tagliare gli assegni d'oro, potrebbe decidere di non rivalutarli più in base all'inflazione, come avviene ogni anno.

Infatti, l'importo degli assegni erogati dall'Inps cresce ogni anno di una quota compresa tra il 75% e il 100% del costo della vita, secondo lo schema seguente: le pensioni fino a 1.400 euro mensili vengono rivalutate dell'intera inflazione, mentre la parte di assegno compresa tra 1.400 e 2.400 euro cresce a un tasso corrispondente al 90% del caro-prezzi.

Infine, la parte di pensione che oltrepassa i 2.400 euro mensili (per chi ha la fortuna di incassarla) si rivaluta soltanto del 75% dell'inflazione. Per cambiare questo sistema e colpire le pensioni d’oro, il governo potrebbe rimodellare tutte queste aliquote, penalizzando gli assegni alti.

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Autore: Marianna Quatraro
pubblicato il