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Pensioni anzianità e vecchiaia: 60 anni uscita con 35-40 anni contributi modifiche Governo Letta

In pensione prima ma senza penalizzazioni: la situazione e le posizioni sulle nuove proposte pensioni


Molti chiedono un sistema previdenziale basato su 40 anni di contributi senza penalizzazioni e senza distinzioni di età fra uomini e donne, ma in realtà si dovrebbe arrivare a 62-63 anni con 40 anni di contributi e penalizzazioni.

Il sistema pensioni deve cambiare e le strade scelte dal governo Letta sono essenzialmente due: la flessibilità in uscita e un nuovo sistema penalizzazioni. Si valuta la proposta presentata da Damiano che prevede la possibilità di andare in pensione a 62 anni, con 35 anni di contributi e, rispetto al paletto dei 66 anni, per ogni anno di anticipo si dovrebbe accettare una riduzione del 2% dell'importo della pensione, per un massimo dell'8%, nel caso, invece, di un ritardo nell’uscita dal lavoro, si avrebbe un bonus del 2% per ogni anno fino alla soglia massima dei 70 anni.

In questo contesto, però, bisogna pensare al fatto che ci sono lavori che non si possono fare a 65 anni, ma neppure a 64 o 63, come l'infermiere, la maestra d'asilo o la catena di montaggio, o pensare a coloro che svolgono lavori usuranti, o ai lavoratori precoci, per cui saranno necessarie regole ad hoc.

Come suggerito anche da Nicola Nicolosi, segretario confederale della Cgil “Le pensioni dovranno tener conto che il lavoro di cura e di assistenza familiare, grava quasi interamente sulle spalle delle donne. Dovrà restar fermo il meccanismo dei quarant'anni di contributi per poter decidere liberamente di andare in pensione”.

Nicolosi interviene anche sui recentissimi e allarmanti dati diffusi dall'Inps. “Gli ultimi dati dell'Inps registrano che la metà dei pensionati italiani riceve meno di mille euro al mese ed esistono otto milioni di persone che dopo aver lavorato una vita, per forza di cose, fanno fatica ad arrivare a fine mese.

Le pensioni sono un problema che in Italia resta aperto come una falla insanabile, come un male di natura generale: non può essere ridotto al pur delicatissimo tema degli esodati.

Non dobbiamo dimenticare poi che questa riforma previdenziale sta costringendo le lavoratrici e i lavoratori a ritardare l'entrata in pensione, a versare maggiori contributi, per poi ricevere in cambio un assegno ridotto.

E’ necessario, dunque, riformare il sistema previdenziale, ristabilendo la realtà dei fatti: non tutti i lavori sono uguali e, quindi, quelli più faticosi e usuranti sia fisicamente che psicologicamente, devono essere riconosciuti”.




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Autore: Marianna Quatraro
pubblicato il 24/07/2013 alle ore 10:45