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Pensioni lavori usuranti e precoci Governo Letta: aumento valore assegno non solo uscita anticipata

Modifiche per precoci e usuranti necessarie ma fondamentale anche aumento assegno: pensionati italiani tra i più poveri



Se è vero che la questione pensioni per precoci e usuranti è finita in soffitta e tutto tace in merito, nonostante in questi ultimi mesi si siano susseguite richieste di modifiche per queste categorie di lavoratori, soprattutto circa la possibilità per loro, a causa di lavori pensantissimi svolti magari sin dalla giovane età. Di andare in pensione con le vecchie regole in vigore prima della nuova legge Fornero, è anche vero che bisognerebbe riconsiderare molte questioni per rimettere in equilibrio il nostro sistema previdenziale.

Non solo, dunque, permettere ad alcuni l’uscita anticipata dal lavoro, come, per esempio, la possibilità di lasciare prima, a 62 anni invece che a 66, per chi perde il lavoro o è esodati, ma anche interventi che possano ritoccare all’insù il valore degli assegni dei pensionati.

L’ultima fotografia scatta dall’Eurostat in merito è infatti impietosa: ne emerge che quasi la metà dei pensionati Inps, per la precisione il 45,2%, riceve una pensione inferiore a 1.000 euro al mese. Secondo il bilancio sociale presentato dall’Istituto di previdenza nazionale, circa 7,2 milioni di pensionati non arrivano a 1.000 euro, mentre 2,26 milioni (il 14,3% del complesso) non raggiunge nemmeno 500 euro.

Meno di 650.000 persone può invece contare su una pensione di 3.000 euro al mese. Nello stesso anno su 315 miliardi di uscite correnti, 296 miliardi sono costituite da prestazioni istituzionali che si articolano in prestazioni pensionistiche (prestazioni che hanno caratteristica di trasferimento periodico e permanente) e prestazioni non pensionistiche. Le brutte notizie non finiscono però qui, perché a fronte di assegni decisamente bassi, i pensionati italiani sono risultati anche i più tartassati di tasse d’Europa.

A inquadrare la situazione un'analisi di Confesercenti che ha preso in esame le pensioni comprese tra 1,5 e 3 volte il trattamento minimo, che corrispondono a un importo lordo tra 9.661 e 19.322 euro all'anno (cioè tra 700 e 1.200 euro netti circa al mese). Il risultato è che in questa fascia di reddito, il peso dell'irpef (l'imposta sulle persone fisiche, comprese le addizionali) varia tra un minimo del 9,17% per chi guadagna meno e arriva sino al 20,7% per chi riceve invece un assegno Inps un pò più alto.

La situazione per l’Italia appare drammatica soprattutto se si considera che in Germania, per esempio, nella medesima fascia di reddito le pensioni sono praticamente esentasse, con un prelievo che varia tra lo 0 e lo 0,2%. Stesso discorso in Francia e Gran Bretagna, dove gli assegni previdenziali più bassi non subiscono alcuna tassazione.

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Autore: Marianna Quatraro
pubblicato il