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Pensioni usuranti e precoci Governo Letta: Giovanni, uscita anticipata non è prestito Inps

Il ministro Giovannini apre alla possibilità per precoci ed usuranti di andare in pensione prima ma novità su prestito pensionistico. Come funzionerebbe davvero il meccanismo di uscita anticipata?



Qualche settimana fa, il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, ha è tornato a parlare della possibilità di andare in pensione prima, attraverso il cosiddetto prestito pensionistico, che andrebbe a favorire, soprattutto, quelle categorie di lavoratori, come precoci ed usuranti, impossibilitati a rimanere a lavoro a lungo, fino alla soglia fissata dall’attuale legge Fornero, e che pur  qualche condizione, potranno mettersi a riposo prima.

In realtà, l’idea del prestito pensionistico che consentirebbe al lavoratore di lasciare due o tre anni prima il lavoro accettando poi una decurtazione sull’assegno finale, una volta maturati i requisiti ufficiali, più che un prestito si configura come una sorta come un aumento dei contributi previdenziali pensati per coprire i buchi dell’Inps.

Giovannini, di concerto con il ministero dell’Economia, spiega che si sta lavorando “a uno strumento flessibile in funzione delle esigenze soggettive dei lavoratori per agevolare l'uscita anticipata rispetto all'età di pensionamento, aumentata dalla riforma Fornero. E, soprattutto, per evitare nuovi casi di esodati”.

La proposta non cambierebbe le norme sui requisiti pensionistici, ma darebbe la possibilità di usufruire di uno strumento ulteriore e soprattutto aggiuntivo, al quale si potrebbe avere accesso su base volontaria. Il progetto, in particolare, dovrà avere robustezza finanziaria e fruire di una contribuzione da parte di tutti e tre i soggetti coinvolti, cioè il lavoratore, l'impresa, ma anche lo Stato.

In questo modo, si offrirebbe uno strumento aggiuntivo cui si accederebbe su base volontaria, come già avviene nei casi previsti per le aziende di maggiori dimensioni”.

Se, infatti, negli scorsi mesi, si paventava la possibilità che l'Inps prestasse ai lavoratori, che lasciano il lavoro, il trattamento pensionistico rivalendosi al momento della maturazione dei requisiti, alla fine questo meccanismo è risultato troppo oneroso per un istituto il cui patrimonio, dopo la fusione con l'Inpdap, dovrebbe ridursi attorno ai 15 miliardi con un disavanzo stimato nel 2013 a circa 10 miliardi.

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Autore: Marianna Quatraro
pubblicato il