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Pensioni donne e uomini Governo Renzi: la situazione aggiornata della settimana

Uscita anticipata e flessibile dal lavoro ma non solo: questione differenza di trattamento contributivo tra uomini e donne e ingiustizia dell’età pensionabile per le donne. Gli impegni del governo Renzi



Mentre cresce l’attesa per la presentazione delle misure del jobs act, in programma per mercoledì 12 marzo, cresce anche la curiosità di capire quali potranno essere gli interventi per le pensioni eventualmente in esso comprese. Molti ritengono infatti che, non avendo il premier Renzi, fatto accenno alla questione pensioni nel suo discorso programmatico, qualcosa potrebbe essere contenuto nel nuovo piano lavoro che contenendo, come annunciato misure a sostegno del’occupazione, sicuramente dovrebbe prevede piani di prepensionamento per chi volesse lasciare il lavoro, in base ovviamente a determinate condizioni.

Non solo uscita anticipata e flessibile dal lavoro, ma si dovrebbero dare anche risposte all’Ue sulla condizione di pensionamento contributivo di uomini e donne. Se, infatti, il presidente della Commissione Lavoro, Cesare Damiano, è tornato a ribadire la necessità di una soluzione definitiva alla questione esodati e proponendo forme di uscita flessibile dal lavoro per chi decide di lasciare il lavoro a 62 anni con 35 anni di contributi e un sistema di penalizzazioni, l’Italia deve ancora rispondere all’Ue sulla questione della differenza di trattamento dell’età contributiva fra uomini e donne.

Il nuovo governo deve, infatti, cercare una soluzione da proporre a l’Ue che tempo fa ha puntato il dito contro l’Italia a causa della legge 214 del 2011, secondo cui gli anni minimi di contribuzione per ottenere la pensione prima di arrivare all’età massima sono stati fissati in 41 e 3 mesi per le donne e 42 e 3 mesi per gli uomini.

Questa norma andrebbe contro l'articolo 157 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea che stabilisce la parità di trattamento tra uomini e donne. Ma non solo: c’è chi spinge a risolvere ciò che è stata definita un’ingiustizia sociale, vale a dire l’equiparazione dell’età pensionabile, innalzata a 66 anni, tra uomini e donne.

Associazioni, sindacati e alcune forze politiche non ritengono infatti giusto ed equo far andare in pensione le donne alla stessa età degli uomini, perché ciò significa non considerare i molteplici ruoli e compiti che la donna assolve nel corso della sua vita lavorativa, oltre chiaramente il lavoro.

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Autore: Marianna Quatraro
pubblicato il