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Pensioni ultime notizie Governo Renzi: uscita flessibile allo studio come sarà

Come potrebbero cambiare le pensioni italiane con nuove proposte governo Renzi e nuovo prestito pensionistico Apa




Le questioni sociali nate con l’entrata in vigore della legge Fornero, a causa di diversi errori nella sua formulazione, devono essere risolte. E’ passato, infatti troppo tempo e troppe volte le soluzioni, necessarie, sono state rimandate. Ora non è più possibile. Mentre i Quota 96 ancora attendono risposte concerete dal governo, ma in molti sono pronti a ricorrere alla Corte europea, gli esodati potrebbero ricevere belle sorprese in questo mese di maggio, considerando che il 7 si riunisce il tavolo tecnico che dovrebbe fornire soluzioni alla questione e che si spera arrivino davvero; mentre alcuni lavoratori potrebbero finalmente ricevere la possibilità di andare in pensione prima rispetto agli attuali requisiti.

Mentre si fa largo la nuova ipotesi di andare in pensione con quota 97, cioè a 62 anni ma con 35 di contributi, per i lavoratori pubblici in esubero, si fa sempre più spazio l’ipotesi di lasciare prima il lavoro con il nuovo prestito di Poletti, battezzato Apa. Tramontata la a proposta di Cesare Damiano di flessibilità in uscita a 62 anni e con  35 anni contributivi, e i sistema di premi e penalizzazioni a seconda che si fosse deciso se andare in pensione prima o dopo i 66 anni stabiliti dalla Fornero, si starebbe pensando a una forma di assegno di pensione anticipata da erogare a chiunque decidesse di andare in pensione 3 o 4 anni prima.

In questo caso il lavoratore riceverebbe dall’Inps un assegno anticipato, appunto, ma da restituire una volta in pensione effettiva. La restituzione dovrebbe avvenire con piccole decurtazioni sull’assegno finale che oscilleranno di qualche decina di euro in base alla tipologia di lavoratore e di assegno anticipato prima percepito. Non solo: il governo lavora anche alla possibilità da parte del lavoratore di risolvere prima del previsto, magari un anno prima, il rapporto di lavoro. In questo caso, il datore di lavoro si impegnerebbe a pagare i 12 mesi di contribuzione restanti al lavoratore, che poi, a sua volta, dovrà restituire tale somma con penalizzazioni sull'assegno previdenziale. Questa soluzione, secondo le prime stime, darebbe a costo per lo Stato.

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Autore: Marianna Quatraro
pubblicato il