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Pensioni uomini e donne Governo Renzi riforma, novità tagli, flessibilità e anticipata in Legge Stabilità tra conferme e smentite

Ancora in salita la riforma pensioni del governo Renzi. Le novità e le ultime notizie parlano di una disponibilità dell’esecutivo a introdurre maggiore flessibilità e a tagliare le pensioni più ricche.




La riforma delle pensioni del governo Renzi, malgrado gli annunci e le dichiarazioni d’intenti rilasciate sia dallo stesso Presidente del Consiglio, sia dal ministro Giuliano Poletti, è ancora ben lontana dal vedere una linea di interventi definitiva.

Se Renzi e Poletti infatti sono convinti che entro breve potrà essere proposto un piano d’azione preciso ed efficace, c’è chi, come il viceministro all'Economia Enrico Morando, fa il guastatore e osserva che l’urgenza vera di questo esecutivo è quella di “concentrarsi sulle vere riforme che servono al paese: lavoro, giustizia, pubblica amministrazione, fisco”.

Una delle ipotesi in fase di studio è quella di applicare dei tagli alle pensioni più ricche, rinforzando quello già introdotto dal governo Letta nel 2014 riguardante i pensionati che prendono più di 90.000 euro lordi all’anno. Renzi e Poletti potrebbero fissare il tetto delle pensioni decurtabili a chi prende mensilmente più di 3.000 euro.

Si potrebbero tagliare del 10% quegli assegni superiori a 3.500 euro lordi calcolati sulla base del metodo retributivo e assoggettarli al blocco dell’indicizzazione. Contro questa proposta si schierano Cesare Damiano, Pietro Ichino e Nunzia De Girolamo, oltre all’opposizione, dai cui scranni Renato Brunetta evidenzia come nemmeno la BCE sollecita questo tipo di azioni.

Il tema della flessibilità e dell’uscita anticipata non è meno spinoso. Cosa intende fare il governo per consentire a quei lavoratori che svolgono mestieri usuranti o comunque richiedano di andare in pensione prima anche a prezzo di riduzioni del proprio trattamento pensionistico non è ancora chiaro. Pier Paolo Baretta, Sottosegretario al ministero dell’Economia e delle Finanze, ritiene che si possa pensare tranquillamente a un sistema di penalizzazioni: “Bisogna introdurre la flessibilità in uscita che manca. La Fornero ha previsto che chi vuole restare a lavoro dopo i 66 anni, e fino a 70, veda rivalutata la sua pensione. Nella stessa logica, ma con un meccanismo rovesciato, si può prevedere che chi abbandona prima dei 66 anni - questo limite non va assolutamente toccato - si ritrovi con un assegno minore”. La soluzione potrebbe essere quella di abbassare il valore dell’assegno pensionistico tra il 4 e il 9 percento.

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Autore: Marianna Quatraro
pubblicato il