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Riforma pensioni Renzi tra novità e modifiche positive e negative: uscita anticipata, flessibile ma anche tasse e tagli

Il governo Renzi è alle prese con la riforma delle pensioni. Si punta a tagliare gli assegni pensionistici più ricchi e creare nuovi margini di flessibilità.




L’obiettivo del governo Renzi è di approvare una riforma pensioni capace di migliorare quella della Fornero varata nel 2011 sotto il governo Monti. In discussione ci sono temi caldi come il problema degli esodati, l’incremento delle pensioni minime, l’assenso al pensionamento dei lavoratori della Quota 96. Fulcro di tutto è l’individuazione delle coperture economiche in grado di finanziare le nuove pensioni. Il dibattimento di questi giorni è diviso tra l’analisi delle modalità di intervento e il senso generale di questa riforma.

A contrastarne l’essenza e la necessità è Enrico Morando, viceministro all’Economia, il quale è persuaso che concentrarsi sul tema delle pensioni non sia affatto una priorità dell’azione di governo, in quanto distoglie dai problemi più urgenti che interessano il sistema paese, che sono al momento lavoro, giustizia, pubblica amministrazione e fisco.

Di idea diversa Matteo Renzi, che spalleggia il ministro Giuliano Poletti nella ricerca di linee d’intervento sostenibili capaci di raddrizzare le storture dell’impianto pensionistico imposto dalla Fornero. Poletti dal canto suo punta a colpire le cosiddette pensioni d’oro e d’argento. Sono quelle pensioni che sono state elaborate seguendo le vecchie normative che prevedevano una logica retributiva e non essenzialmente contributiva. Queste pensioni appaiono largamente più ricche rispetto a quelle che oggi vengono elargite sulla base esclusiva dei contributi versati nel corso della vita lavorativa. Il ministro vorrebbe tagliare una quota dell’eccedenza della pensione percepita rispetto alla parte che deriva dal calcolo contributivo. In pratica, si vorrebbe effettuare una decurtazione del 10 percento circa sulle pensioni che superano i 3.500 euro mensili lordi calcolati secondo il criterio retributivo. Questa ipotesi è stata elaborata da Yoram Gutgeld, il consigliere economico di Matteo Renzi.

Tito Boeri, Fabrizio Patriarca e Stefano Patriarca sostengono una versione ancora più aggressiva dell’intervento. La loro proposta è di sottrarre il 20% della differenza tra l’assegno attuale e quello risultante dal calcolo contributivo sulle pensioni di valore compreso fra 2 e 3.000 euro, il 30% su quelle fra 3 e 5.000 euro e il 50% su quelle che superano i 5.000 euro.

I fondi che proverrebbero dai tagli alle pensioni più ricche costituirebbero un contributo di solidarietà che darebbe l’opportunità di risolvere sia il problema degli esodati sia dei lavoratori deboli che, per effetto di una crisi che ha fatto fallire l’azienda di cui erano dipendenti, si trovano adesso a un passo dalla pensione ma non hanno maturato i requisiti necessari e non hanno raggiunto neppure l’età minima per ritirarsi. Lavoratori non più giovani che nemmeno possono sperare di essere assunti da altre aziende. Questi ultimi sono casi in cui è opportuno a introdurre nuove misure di flessibilità e di uscita anticipata dal lavoro. A questo fine si possono pensare delle nuove forme di penalizzazione o un cuscinetto previdenziale che accompagnerebbe il lavoratore con una retribuzione minima fino al raggiungimento dell’età pensionabile.

Non tutti gli esponenti del governo condividono però questa impostazione. Pietro Ichino suggerisce al governo di distinguere tra le pensioni effettivamente molto ricche e quelle in cui la differenza tra il valore derivante dal calcolo retributivo e quello contributivo sia ridotto: in alcuni casi la differenza è rilevante, mentre in altri no. Dello stesso parere anche il sottosegretario all’Economia, Enrico Zanetti. Nunzia De Girolamo invece è più radicale: non ci sono le ragioni utili a riformare in alcun modo l’attuale assetto pensionistico. Dall’opposizione Renato Brunetta critica il governo perché spreca del tempo occupandosi di una faccenda che non è richiesta all’Italia neanche dalla BCE.

A tagliare la testa al toro è stato Pierpaolo Baretta, sottosegretario al ministero dell’Economia, il quale ha dichiarato che sul contributo di solidarietà ancora di deciso non c’è nulla.

Per conoscere gli sviluppi del dibattimento e gli orientamenti definitivi del governo bisognerà quindi attendere la fine di questo mese. Indizi chiari saranno contenuti già nel decreto Sblocca Italia del 29 agosto.

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Autore: Marianna Quatraro
pubblicato il