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Pensioni uomini e donne Governo Renzi: riforma, novità davvero realizzabili e che andrebbero fatte per esperti e studiosi

Non solo forze politiche e sociali: diversi esperti si inseriscono nel dibattito pensioni per consigli su cambiamenti sistema previdenziale attuale




Intervenire sulla riforma pensioni attuale nella prossima Legge di stabilità ma con cambiamenti reali: questo l’obiettivo del governo Renzi alle prese con lo studio delle principali, e più efficaci, modifiche per cambiare la legge Fornero, magari con sistemi di uscita anticipata, magari con una piano di riforma pensioni Renzi che porti anche ad aumento delle pensioni minime. E il dibattito sulla previdenza, proprio in vista della prossima Legge di Stabilità, si fa sempre più intenso, coinvolgendo esperti e non solo forze politiche e sociali.

Per esempio, secondo Alberto Brambilla, professore di Gestione delle forme previdenziali pubbliche e complementari all’Università Cattolica, uno degli esperti che ha scritto la precedente riforma previdenziale Dini, in una recente intervista ha parlato di “un possibile contributo di solidarietà, ei due metodi di calcolo retributivo e contributivo e il prestito pensionistico, precisando che, sul contributo di solidarietà, è come se per dare la casa a due extracomunitari, si andasse da un cittadino che ha tre case e lo si obbligasse a cederne due. Come per la gestione Fornero e Giovannini, anche in questo caso saremmo di fronte a dei dilettanti allo sbaraglio”.

Sul ricalcolo contributivo, ha precisato: “Per farlo occorrerebbe utilizzare un modello econometrico, applicarlo a 50 milioni di posizioni Inps e avere tutti gli estratti conto in regola. Per non parlare del fatto che il 99% delle pensioni sono retributive”; mentre sul prestito pensionistico ha detto “Lo ritengo una strada che si può percorrere, anche se preferirei introdurre dei criteri di flessibilità. La riforma Dini prevedeva che si potesse andare in pensione tra i 57 e i 65 anni, e ovviamente chi va a 57 anni prende un assegno più basso. C’era inoltre un paletto, in quanto ci si poteva ritirare dal lavoro a 57 anni purchè si prendesse almeno il 120% della pensione sociale. Oggi reintrodurre questo concetto con i coefficienti di trasformazione che già esistono sarebbe molto semplice. Non si tratta di introdurre delle penalizzazioni, ma semplicemente di applicare i coefficienti di trasformazione tra i 62 e i 71 anni. Chi resta fino a 70 anni prenderà una pensione enorme, al contrario di chi si ritirerà dal lavoro a 63 anni”.

Ma gli interventi sulle pensioni non dovrebbero fermarsi qui, perché dovrebbero essere pensate anche strade di cambiamento per quelle categorie penalizzate dalla legge Fornero, in maniera piuttosto pesante, come i precoci.

Per Brambilla. “Va riconosciuto qualcosa anche ai lavoratori precoci, cioè a quanti hanno iniziato a lavorare prima dei 19 anni: per questa categoria di lavoratori la riforma Dini aveva previsto un anno e mezzo di sconto ogni anno lavorato. Senza andare sul prestito pensionistico, è sufficiente introdurre un principio di flessibilità per i cosiddetti precoci e per le donne con maternità e porre un tetto minimo al di sotto dei 63 anni. Con una speranza di vita a 79 anni per gli uomini e 84 per le donne, non si possono pagare 30 anni di contributi e rimanerne 27 in pensione”.

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Autore: Marianna Quatraro
pubblicato il