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Pensioni anzianità e vecchiaia Governo Renzi: riforma, novità modifiche secondo esperiti e studiosi davvero realizzabili

Novità pensioni e cambiamenti davvero attuabili secondo esperti e non solo forze politiche: come modificare davvero il sistema previdenziale?




“Ripensare ai nostri sistemi pensionistici e non solo rivedendo l’età pensionabile e il livello delle pensioni, ma anche di progettare sistemi che distribuiscano in maniera efficiente e equa i rischi legati agli andamenti dei mercati finanziari (si pensi ai rischi cui sono esposti i fondi pensione)”: questa la proposta di intervento sulla riforma pensioni avanzata da Chiara Canta ricercatrice in Health Economics alla Scuola norvegese di economia. Il suo intervento si inserisce nel quadro di più ampia portata di interventi pensati in questo mese per modificare le pensioni.

Molti chiedono di agirvi con sistemi di uscita anticipata che garantiscano una flessibilità maggiore rispetto alla rigida legge attuale, ma non solo. Secondo Fabrizio Mazzonna, ricercatore in economia sanitaria all’università della Svizzera italiana, ha precisato “Il tema della sostenibilità del sistema pensionistico (e del welfare pubblico in generale) non può prescindere dalla crescita economica e dall’occupazione. Una volta corrette le storture dei sistemi pensionistici precedenti, il passo successivo è avere un sistema economico che favorisca l’occupazione e la crescita economica”.

“Non esiste, infatti, una riforma del sistema pensionistico che possa dirsi finanziariamente sostenibile se non ci sono crescita economica e occupazione. Ciò significa spostare l’attenzione sulle più giovani generazioni. Maggiore è la loro partecipazione al lavoro, maggiore è il numero di contributori. Maggiore sarà la crescita economica”.

Alberto Brambilla, professore di Gestione delle forme previdenziali pubbliche e complementari all’Università Cattolica, ha inoltre  parlato della possibilità di introdurre “un possibile contributo di solidarietà, dei due metodi di calcolo retributivo e contributivo, e del prestito pensionistico”, spiegando, in quest’ultimo caso, “Lo ritengo una strada che si può percorrere, anche se preferirei introdurre dei criteri di flessibilità. La riforma Dini prevedeva che si potesse andare in pensione tra i 57 e i 65 anni, e ovviamente chi va a 57 anni prende un assegno più basso. C’era inoltre un paletto, in quanto ci si poteva ritirare dal lavoro a 57 anni purchè si prendesse almeno il 120% della pensione sociale. Oggi reintrodurre questo concetto con i coefficienti di trasformazione che già esistono sarebbe molto semplice. Non si tratta di introdurre delle penalizzazioni, ma semplicemente di applicare i coefficienti di trasformazione tra i 62 e i 71 anni. Chi resta fino a 70 anni prenderà una pensione enorme, al contrario di chi si ritirerà dal lavoro a 63 anni”.

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Autore: Marianna Quatraro
pubblicato il