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Pensioni anzianità e vecchiaia riforma Governo Renzi: novità da INPS sempre più rigide su requisiti, contributi ed età

Come cambiano i requisiti pensionistici nel tempo in base alle norme Fornero: come si trasformano e come cresce l’età pensionabile automaticamente




Se non si interviene sulla riforma pensioni Fornero con le modifiche auspicate la strada previdenziale dei prossimi anni resterebbe quella di un maggiore irrigidimento dei requisiti pensionistici. Se, infatti, oggi molti ritengono che i requisiti Fornero per accedere alla pensione siano piuttosto rigidi, dovendo raggiungere i 66 anni e tre mesi di età, con il passare del tempo, senza quei piani di uscita anticipata proposti finora, la situazione diventerà ancor più pesante.

La riforma pensioni Fornero prevede un adeguamento, ogni due anni, dell’età anagrafica per andare in pensione, in base alla crescita dell’aspettativa di vita. E, secondo i calcoli effettuati, se oggi si va in pensione a 66 anni e tre mesi, nel 2016 si andrà in pensione a 66 anni e sette mesi; nel 2019 a 67 anni e due mesi; nel 2023 a 67 anni e cinque mesi; e così via, ogni due anni è previsto un innalzamento dell’età pensionabile di due o tre mesi. E non solo: si inaspriscono anche i requisiti per avere l'assegno sociale, destinato a cittadini italiani, comunitari ed extra-comunitari, purchè tutti residenti in Italia e in evidenti condizioni di difficoltà economica, che se oggi si fermano a 65 anni e 3 mesi, nel 2016 saliranno a 66 anni e 7 mesi, nel 2019 a 66 anni e 11 mesi, nel 2021 a 67 anni e due mesi, e nel 2023 a 67 anni e cinque mesi.

Inoltre, con l’estensione del sistema contributivo per tutti, come previsto sempre dalla legge Fornero, lasciare più tardi significa aumentare del 20% la rendita previdenziale, perché più elevata sarà l’età in cui si lascia il lavoro, minore dovrebbe essere il periodo di erogazione, per cui la pensione dovrebbe essere concentrata e quindi più alta.

Prendendo, per esempio, il caso di una lavoratrice donna che ha compiuto 60 anni nel 2011 e ha iniziato a lavorare nel 1996 come lavoratrice dipendente iscritta all’Inps, la decorrenza della sua pensione sarebbe fissata nel 2012 e per determinare la pensione mensile bisognerà considerare il montante contributivo complessivo, che sarebbe l’importo complessivo dei contributi versati rivalutati fino al pensione, ipotizzato (141.213,09 euro), moltiplicarlo per il coefficiente di trasformazione (che varia ogni anno) relativo all'età in cui la lavoratrice va effettivamente in pensione.

In questo caso, la lavoratrice andrà in pensione a quasi a 61 anni e pertanto il coefficiente sarà molto vicino al 4,8%. In tal caso la pensione annua sarà pari a 6.775 euro circa (141.213,09 x 4,798% = 6.775) cioè 521 euro al mese (6.775 / 13 mensilità).

Nello stesso esempio se la lavoratrice dilatasse l'uscita dal lavoro a 66 anni il coefficiente da applicare sarebbe pari a 5,62% e pertanto la pensione arriverebbe a 7.936 euro all'anno (oltre 600 euro al mese). La tabella a lato mostra il progressivo innalzamento dei coefficienti di trasformazione attualmente vigenti.

Come si nota i coefficienti arrivano sino a 70 anni ma questi valori - stante l'interpretazione restrittiva fornita dal legislatore sulla possibilità di prolungare l'attività lavorativa oltre il compimento dell'età pensionabile - sono attivabili solo da una elite composta da pochi "fortunati". Ciò in quanto solo alcune categorie di lavoratori potranno concretamente prolungare la permanenza oltre i 66/67 anni di età.

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Autore: Marianna Quatraro
pubblicato il