Il nuovo nobel dell'economia è Edmund Phelps

L’economista, che ha vinto un milione e 86 mila euro, è entrato al dipartimento di economia della Columbia University nel 1971, dopo diversi anni di insegnamento all’università statale della Pennsylvania e a Yale



Il nuovo Nobel per l’economia è lo statunitense Edmund Phelps. L’economista, che ha vinto un milione e 86 mila euro, è entrato al dipartimento di economia della Columbia University nel 1971, dopo diversi anni di insegnamento all’università statale della Pennsylvania e a Yale. Tra le altre cose, è stato consulente per i progetti strategici al Cnr dal 1997 al 2000. Il suo contributo alla teoria economica riguarda il rapporto tra inflazione, disoccupazione e aspettative.

In sostanza, grazie al suo lavoro, oggi le banche centrali devono tener conto dell’effetto che le strette monetarie hanno sull’occupazione. Negli anni ’70 e ’80, nel periodo d’oro del monetarismo, si riteneva che le strette monetarie (aumento del tasso di interesse e riduzione della moneta in circolazione) non avessero effetti sull’economia reale. Così le banche centrali si davano a strangolare l’economia, che tanto nel medio periodo tutto si sarebbe aggiustato.

Grazie al lavoro di economisti come Edmund Phelps, oggi le banche centrali hanno modelli che suggeriscono maggiore prudenza nel manovrare le leve della politica monetaria. Il fatto che sia stato scelto proprio lui quest’anno potrebbe anche essere letto come un messaggio a Bernanke: “Caro governatore, dovresti imparare da Greenspan”. O un consiglio alla Bce. Forse non è così, ma il dubbio viene.

Secondo i suoi studi, un aumento della domanda effettiva aggregata spinge i salari e i prezzi, riducendo la disoccupazione solo se l’impresa media non si attende che prezzi e salari sul mercato siano cresciuti come i propri. In altre parole la domanda spinge su i prezzi solo se questa pressione supera le aspettative delle imprese.

Questa affermazione porta con sé una conseguenza molto importante. I modelli economici normalmente postulano che il tasso di disoccupazione dipenda solo da variabili reali, cioè non monetarie (si escludono quindi inflazione, tassi di interesse, quantità di moneta in circolazione).

Questa supposizione spingeva le banche centrali a non considerare l’effetto che la politica monetaria aveva sulla disoccupazione, ignorando le conseguenze del percorso sui livelli di equilibrio di medio periodo. Di conseguenza, per indirizzare il problema, la politica monetaria veniva considerata inutile. Non solo, ma si riteneva che le strette monetarie non avessero conseguenze sul piano dell’occupazione. Al contrario, secondo i modelli di Phelps, solo una inflazione programmata si accompagna ad una riduzione della disoccupazione.

Il crollo della crescita europea degli anni ’80, non accompagnato da segni deflattivi, e il forte boom di Usa e nord Europa della seconda metà degli anni ’90, privo di evidenze di inflazione inattesa, hanno dato ragione a Phelps.

La vittoria delle sue teorie ha contribuito a costruire il filone neo keynesiano, che mette da parte le ingenuità della netta separazione tra economia reale e monetaria, tipiche del monetarismo, e costruisce modelli più efficaci per l’azione delle banche centrali e dei governi.

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il