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Pensioni Governo Renzi riforma ultime notizie: esperti e studiosi indicano cambiamenti e interventi fattibili realmente

Dibattito pensionistico ancora decisamente aperto e non solo tra forze politiche e sociali e novità proposte: anche studiosi ed esperti dicono la loro




Mentre il ministro dell’Economia Padoan continua a ribadire il suo essere contrario a interventi sulla riforma pensioni orientati verso la flessibilità con sistemi di uscita anticipata per tutti e abbassamento dell’età pensionabile, mentre si attendono le novità della nuova Legge di Stabilità, resta piuttosto aperto ancora il dibattito sulla questione pensioni in generale che, oltre a coinvolgere forze politiche e sociali, sempre pronte a nuove proposte di modifica, vede tra i protagonisti anche studiosi ed esperti di previdenza. Diverse le loro posizioni e soprattutto su argomenti diversi, che non riguardano solo i tempi di uscita dal lavoro.

Secondo Nicola Salerno, direttore del Centro Studi Reforming, che ha commentato la misura del nuovo tetto alle pensioni d’oro dei funzionari pubblici dal 2015, “Per ottenere dei risparmi consistenti, l’intervento sulle pensioni deve essere il più ampio possibile. Sia nel tempo, cioè coinvolgendo le pensioni già in essere, sia sulla platea dei pensionati, non limitandosi a quelli del pubblico impiego e men che meno con interventi di tipo settoriale o categoriale. Invece ora ci si limita a mettere delle toppe nell’immediato, senza poi risolvere i problemi in modo definitivo e sul piano strutturale”. E precisa: “In un momento di crisi diventa ancora più urgente fare entrare in una politica di riequilibrio dei redditi anche una questione di equità intergenerazionale. A condizione però che questa riforma sia fatta bene. Quello che si può fare è individuare un’età ideale in cui le diverse generazioni dovrebbero andare in pensione. Bisogna quindi fare in modo che le pensioni che queste persone stanno effettivamente ricevendo dopo essere andate in pensione a un’età più vantaggiosa tengano conto sia di quanto stanno effettivamente percependo sia dell’assegno che avrebbero ricevuto se si fossero ritirate dal lavoro a un’età più congrua”.

Per Carlo Alberto Nicolini, avvocato e professore di Diritto all’Università di Macerata, in disaccordo con la norma che colpisce maggiormente le pensioni retributive perché “è una discriminazione, poiché non è vero che con il sistema contributivo il lavoratore durante la sua vita professionale paghi di tasca propria per la sua stessa pensione. Sia quelle contributive che quelle retributive sono finanziate con un sistema a ripartizione. I contributi pagati durante la vita lavorativa servono per le pensioni nel periodo stesso in cui è pagato il contributo. Va sfatato definitivamente il mito secondo cui con i contributi si paga la propria pensione. Con i contributi si pagano le pensioni di altri,e si costituiscono delle posizioni giuridiche che saranno poi valutate con la disciplina vigente al momento di ritirarsi dal lavoro. Da questo punto di vista non c’è differenza tra sistema retributivo e sistema contributivo”.

E sul contributo di solidarietà, ritiene che “Mettere un tetto solo sulle pensioni retributive mi sembra inoltre discriminatorio. È vero che a parità di condizioni le pensioni più alte sono quelle retributive, ma si tratta comunque di una scelta che potrebbe porre dei problemi dal punto di vista giuridico. Sarebbe meglio fare riferimento solo all’entità della pensione: a quel punto è chiaro che ci rientrerebbero quasi esclusivamente le pensioni retributive e la discriminazione sarebbe eliminata”.

Per Maurizio Del Conte, professore di Diritto del lavoro all’Università Bocconi di Milano, il sistema pensionistico italiano migliorerebbe con una “maggiore flessibilità e sgravi fiscali per il sistema integrativo. Soltanto con il sistema contributivo a regime completo le nostre pensioni diventeranno sostenibili; mentre Luca Spataro, docente di Economia politica all’Università degli Studi di Pisa, ritiene che vada rivisto un sistema previdenziale che penalizza tantissimo i giovani di oggi e pensionati di domani (a patto che arrivino alla pensione).

E spiega: “Non è giusto che i giovani paghino, il patto intergenerazionale va ridiscusso. La contrapposizione tra giovani e anziani esiste solo in parte, perché i giovani sono legati da vincoli familiari o di vicinanza ad anziani. È vero però che le nuove generazioni devono fare fronte non soltanto al debito previdenziale ma anche al debito pubblico nel suo complesso. Va data dunque la possibilità ai giovani di avere un reddito d’ingresso e va detassata l’assunzione di giovani lavoratori”.

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Autore: Chiara Compagnucci
pubblicato il