


Apre l’ottava alla grande Parmalat. Gli incassi del titolo si aggirano intorno all’1,19% a piazza Affari (contro un S&P/Mib che guadagna solo mezzo punto) e vengono da lontano, dagli Stati Uniti esattamente. È stato infatti negli States che la società del latte guidata da Enrico Bondi ha appena chiuso le cause contro Deloitte & Touche e Dianthus ottenendone un assegno da 149 milioni di dollari. La transazione è stata tanto pacifica che già nel comunicato di venerdì le due società annunciano future collaborazioni.
Nel frattempo, fra le analisi prudenziali di diversi osservatori e le cause in giro per il mondo, Parmalat continua ad avvantaggiarsi dei risarcimenti e dei successivi premi al titolo in borsa. Attualmente le somme incassate per chiudere le pendenze legali con banche ed advisor dell’epoca Tanzi ammonterebbero a circa 600 milioni di euro: una cifra ben lontana da quei 2 miliardi che il gruppo di Collecchio vorrebbe incassare per archiviare quel periodo nero in cui è stato a un passo dal fallimento.
Due miliardi di euro al termine delle innumerevoli cause ancora in corso sarebbero una cifra persino prudente se si considera che è equivalente al 25% delle richieste e che in casi americani analoghi (Enron e Worldcom) la media è stata pari almeno al 30%. Gli Stati Uniti però non sono l’Italia e, se i manager che imbrogliano i mercati sull’altra sponda dell’Atlantico rischiano di rimanere in carcere per molto molto tempo ancora, nel Belpaese bastano pochi anni per essere riabilitati. Basti pensare che Callisto Tanzi sembra che stia per tornare a fare l’imprenditore, ma di esempi ce ne sono parecchi in diversi comparti industriali. In definitiva la leggerezza con cui si archiviano dei colossali scandali finanziari in Italia è proprio una caratteristica del Belpaese della quale si farebbe volentieri a meno.