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Pensioni vecchiaia, donne, anzianità riforma Governo Renzi: novità età, contributi, requisiti prossimi anni con modifiche o senza

La riforma pensioni Renzi non passerà dalla modifica dei requisiti anagrafici ma dall'ammorbidimento delle penalizzazioni per chi si congeda prima.




La riforma pensioni passa dalla revisione dei requisiti da maturare per il ritiro dal mondo del lavoro. Stando alle novità e ultime notizie, non saranno modificati i limiti previsti dalla normativa attuale, ma saranno rese penalizzanti le condizioni per chi decide di precorrere i tempi. Attualmente il congedo è consentito a 66 anni e 3 mesi per lavoratori dipendenti e autonomi e per lavoratrici del settore pubblico, 63 anni e 9 mesi per lavoratrici del settore privato; 64 anni e 9 mesi per lavoratrici autonome. E ancora, per le persone in possesso di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995, sono richiesti 42 anni e 6 mesi di anzianità contributiva per gli uomini e 41 anni e 6 mesi per le donne.

Le principali differenze fra 2015 e 2014 è la cancellazione delle penalizzazioni per chi va in pensione prima dei 62 anni con 42 anni e 1 mese di contributi (nel caso degli uomini) o 41 anni e 1 mese (se donne) e la definizione di un tetto alle pensioni d'oro. Tra le soluzioni allo studio ci sono l'applicazione di quota 100 come somma dell'età anagrafica e degli anni contributivi, quale tetto da raggiungere per il ritiro; l'apertura delle porte del trattamento previdenziale a 62 anni con 35 anni di contributi. In ballo c'è anche l'estensione del calcolo dell'assegno alle lavoratrice con il sistema contributivo: in pratica si darebbe l'opportunità di andare in pensione prima in cambio di una parte dell'importo previdenziale.

A completamento del pacchetto di ipotesi che stanno circolando nei piani alti del governo, si segnalano anche la possibile introduzione dell'assegno universale e il possibile via libera al prestito previdenziale per consentire il ritiro dal lavoro degli over 50 disoccupati e senza sostegni al reddito. Di positivo in questi tempi di crisi economica c'è che l'Italia resta il Paese dell’area Ocse con la minor percentuale di famiglie indebitate: sono il 25,2% contro il 46,8 della Francia, il 47,4% della Germania, per non parlare del 50% e passa della Gran Bretagna. Insomma, una parte limitata di italiani avrebbe continuato ad accumulare beni e denari nonostante la crisi.

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Autore: Chiara Compagnucci
pubblicato il