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Pensioni Governo Renzi ultime notizie: importanti udienze per riforma pensioni e sentenze tribunali in arrivo

Dopo una intensa settimana per le pensioni si attendono importanti appuntamenti con i tribunali: quali sono e quali possibili conseguenze potrebbero avere




Dopo una importante settimana che ha visto più protagonista che mai la riforma pensioni, i prossimi giorni potrebbero rivelarsi ancora più decisivi per capire come si potrà continuare a lavorare per modifiche all’attuale legge pensionistica. Tra le novità e ultime notizie in programma, infatti, gli appuntamenti con le attese sentenze di diversi tribunali. Il 23 giugno, poi,  si attende il responso dell’Alta Corte sulla legittimità costituzionale del blocco della contrattazione nel pubblico impiego. L’impatto economico della misura, se passasse, sarebbe di circa 35 miliardi, il che renderebbe davvero impossibile pensare a qualsiasi tipo di intervento sulle pensioni.

Secondo l'Avvocatura dello Stato, come riportato nella memoria alla Consulta sulla costituzionalità del blocco della contrattazione nel pubblico impiego, ‘L'onere della contrattazione di livello nazionale, per il periodo 2010-2015, relativo a tutto il personale pubblico, non potrebbe essere inferiore a 35 miliardi, con effetto strutturale di circa 13 miliardi annui dal 2016’. La decisione dell’Alta Corte potrebbe, dunque, chiudere le porte a qualsiasi ipotesi di modifica pensionistica.

Il governo, infatti, lamenta già una mancanza di risorse economiche necessarie tanto da aver ripetutamente ribadito che per eventuali modifiche pensionistiche punto di partenza sarebbero proprio interventi negativi e di tagli, nonché il ricalcolo contributivo, proprio per riuscire ad accumulare nuovi soldi da impiegare in ulteriori interventi.

Altro appuntamento atteso, la sentenza dal Tar del Lazio sulla questione del contributivo donna: la decisione finale dovrebbe arrivare entro il prossimo mese di ottobre. Tutto sembra ruotare intorno all’interpretazione dell’Inps sui termini per poter usufruire del regime che consente alle donne lavoratrici di andare in pensione prima a 57 anni (o a 58 se autonome) con 35 anni di contributi e accettando una pensione completamente calcolata con calcolo contributivo, il che significherebbe percepire una pensione ridotta. Nonostante questo, però,  negli ultimi tre anni, questa possibilità è stata scelta da un numero crescente di lavoratrici: dalle 1.377 pensioni liquidate nel 2011 si è passati alle 5.646 del 2012 fino alle 11.527 del 2014.

Il problema è la richiesta di proroga di questo sistema: la norma iniziale stabiliva la possibilità di richiedere l’uscita dal lavoro con il contributivo donna fino al termine del 2015, anno entro cui devono essere maturati i requisiti di accesso alla pensione; ma l’Inps ha bloccato questa possibilità, stabilendo che entro il 2015 deve essere sì maturata la pensione ma considerando anche i tre mesi di speranza di vita, per cui una lavoratrice dipendente del settore privato che dovrebbe raggiungere i 57 anni e 35 di contributi entro il 31 dicembre 2015 secondo l’Inps liraggiunge entro agosto 2014 perchè si dovrebbero sommare i 12 mesi di finestra e i 3 mesi di speranza di vita.

E da qui deriva il problema dell’interpretazione della norma di cui ha parlato qualche giorno fa il ministro del Lavoro Poletti, anche se, fondamentalmente, non ci sarebbe nulla da interpretare, considerando che la norma è già stata in vigore. E poi si attende la sentenza per la soluzione del caso dei Quota 96 della scuola, per cui il governo ha dimostrato un nuovo impegno che si spera questa volta venga effettivamente portato a termine, senza deludere i 4mila interessati come accaduto finora.

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Autore: Marianna Quatraro
pubblicato il