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Pensioni Governo Renzi ultime notizie riforma con assegno universale, senza quota 100, mini pensione seppur con più rischi e costi

Al centro dell’impegno del governo sulla questione pensioni l’assegno universale: paradossale però una sua ipotetica approvazione. Motivi e novità




Al centro dell’impegno del governo sulla questione pensioni, insieme alle modifiche dei requisiti per l’accesso ai trattamenti previdenziali finali, l’assegno universale. Proposto già l’anno scorso dal M5S, misura sostenuta da tutti, sembra essere diventato di necessaria approvazione, considerando che siamo una delle poche nazioni europee a non averlo e, nonostante il suo costo. Anche l’Ue appoggia questa misura e si muove perché sussistano in Italia le condizioni ideali per una sua approvazione, anche se l’ultimo documento europeo reso noto sembra bloccare novità alle politiche sociali, rimandandole tra qualche anno, quando probabilmente i conti pubblici saranno migliorati.

Ma in Italia, l’assegno universale, rispetto ai piani definiti di pensione anticipata per tutti, da quota 1000 a mini pensione o prestito pensionistico, a uscita a 62 anni di età con 35 anni di contributi e penalizzazioni, sembra sia favorito sia dai diversi partiti politici che dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, il che desta qualche perplessità e sembra piuttosto paradossale e il motivo è presto spiegato. Nel corso del suo intervento in Commissione Lavoro mercoledì scorso, Boeri ha detto che al momento risulta impossibile pensare all’approvazione dei piani di prepensionamento, perché costerebbero troppo.

Nel dettaglio, ci vorrebbero circa 8,5 miliardi di euro per l’uscita a 62 anni con 35 anni di contributi e addirittura 10,6 per la quota 100. Il paradosso per il sostegno all’assegno universale è che costerebbe anch’esso ed anche di più di quanto presumibilmente previsto per quota 100 o altro. Secondo, infatti, alcune stime Istat, il costo dell’assegno universale si aggirerebbe intorno ai 14,9 miliardi di euro dall'Istat e il il presidente dell'istituto Alleva ha precisato come si tratterebbe di una spesa destinata a 2 milioni e 759 mila famiglie con un reddito inferiore alla linea di povertà (10,6% delle famiglie residenti in Italia).

Nel Rapporto annuale Istat, il costo totale della misura era stimato in 15,5 miliardi, in un'ipotetica applicazione nel 2012 e l’abbassamento del costo ad oggi è dovuto soprattutto al fatto che nel 2015 è presente il bonus di 80 euro mensili che, aumentando il reddito disponibile di una parte delle famiglie interessate dal  provvedimento, riduce la quota complessiva da erogare. Tuttavia, si tratta di una cifra che potrebbe arrivare anche a 23,5 miliardi di euro.

Altro paradosso deriva dal fatto che, a differenza dei vantaggi occupazionali che potrebbero garantire i piani di prepensionamento, l’assegno universale non aumenterebbe il lavoro, ma, al contrario, potrebbe avere conseguenze negative, se si pensa che in alcune nazioni come UK, Australia o negli stessi Usa ci sono persone che si vivono esclusivamente di assegno universale e non cercano più un lavoro o lavorano in nero. E’ chiaro, dunque, come, a parte la necessità di adeguarsi agli altri Paesi europei, l’assegno universale non porterebbe alcun beneficio al nostro Paese, e probabilmente se ne discuterà, soprattutto considerando che il ministro dell’Economia Padoan deve aggiornare il Def, a seguito della sentenza dell’Alta Corte sui risarcimenti ai pensionati, con nuovi numeri, che certamente non permetteranno l’erogazione dell’assegno universale se non passando attraverso primi interventi negativi e tagli.

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Autore: Chiara Compagnucci
pubblicato il