Società start-up ICT che sono andate in Borsa nel 2006 in Usa: risultati negativi dopo la quotazione

Un numero rilevante di aziende tecnologiche senza profitti a bilancio ha lanciato un’ondata di Ipo sui principali mercati statunitensi a partire dall’inizio del 2006



Un numero rilevante di aziende tecnologiche senza profitti a bilancio ha lanciato un’ondata di Ipo (Initial Public Offering) sui principali mercati statunitensi a partire dall’inizio del 2006: lo sostiene un articolo del Wall Street (su abbonamento) che intravede una sorta di nuova new economy, rischi compresi. Allo stato attuale più di metà  sono decisamente in rosso e il fenomeno non può non evocare gli incredibili andamenti di borsa e la facile creazione di ricchezza che caratterizzarono la nuova economia prima del clamoroso sboom.

L'Ipo è l'offerta iniziale di azioni al pubblico di una società, con cui quest’ultima cerca di catturare capitali freschi, capitalizzando un successo economico già consolidato. Ma ciò che sta succedendo è appunto che, nonostante le facciate recenti, ancora una volta l’Ipo rischia di arrivare prima del successo economico collaudato. Questa tendenza ricorda molto da vicino quanto era accaduto alla fine degli anni novanta nel corso dell’ubriacatura dei mercati mondiali.

Durante quel periodo start-up senza un chiaro business plan vendevano titoli a investitori entusiasti ma acritici del nuovo business. I profitti mai realizzati da queste società furono il carburante per lo sboom del 2000. Migliaia di dipendenti di aziende tecnologiche vennero licenziati e parecchie firm di Wall Street furono accusate di aver mal consigliato gli investitori. I mercati e tutto il mondo economico impararono la lezione e negli anni a seguire i profitti diventarono un forte pre-requisito per la quotazione di un’azienda tecnologica.

Gli investitori impararono a chiedere una maggior maturità alle società, esigendo certificazioni di bilancio storiche, una larga base di clienti e rendite incrementate, come dimostra per esempio la storia di Google, che approdò in Borsa nel 2004 dopo tre anni di successi economici.

Ma ora che la memoria dei dissesti della prima epoca dot-com inizia a scolorire, il ritmo e il tenore delle IPO sta nuovamente crescendo, pur senza raggiungere gli eccessi del 1999, quando l’85 per cento delle compagnie quotate non registrava alcun profitto. Oggi molti investitori sono ancora disposti a chiudere un occhio sui profitti purché le aziende siano in possesso di buone prospettive di crescita. Questa tendenza ha recentemente causato turbolenze di mercato, come nel caso di Clearwire Corporation, provider di internet wireless che giovedì alla prima collocazione, sulla spinta della richiesta degli investitori, ha raggiunto il massimo prezzo a fronte di una scarsa contrattazione del titolo.

A sette anni di distanza dal clamoroso flop della new economy si ritorna a non considerare solo il profitto nella quotazione in Borsa, con il rischio addirittura di trascurarlo in nome delle potenzialità di crescita. Nella speranza che la storia non si ripeta.

Emanuela Di Pasqua

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il