L'ultimo messaggio del presidente francesce Chirac: orgoglio nazionale e uno sguardo all'Europa

Il presidente francese ha annunciato che non si ricandiderà all'Eliseo, ma non ha ancora ufficialmente appoggiato Sarkozy, l'ex delfino favorito per le elezioni del 22 aprile



I titoli di cosa erano scritti da tempo, ma da ieri hanno i canoni dell'ufficialità. E nonostante fosse un passaggio scontato, destinato a restare ai margini e scivolare silenzioso sulla chiassosa campagna elettorale francese, l'annuncio di Jacques Chirac ha fermato la Francia e riportato attenzione su uno dei suoi protagonisti più longevi. 

Dieci minuti di commiato, attraversati da un profondo orgoglio patriottico e dalla fierezza del suo potere, incrinati dalla consapevolezza di avere passato nell'ombra gli ultimi anni e di aver perso smalto e consensi, con una serie di autogol che i francesi non gli hanno perdonato. Ieri, durante un messaggio televisivo alla nazione, il presidente ha confermato che non si ripresenterà candidato alle prossime elezioni presidenziali del 22 aprile, lasciando l'Eliseo dopo due mandati consecutivi, nel 1995 e nel 2002. Una simile decisione sembra il preludio all'abbandono, dopo quasi mezzo secolo in prima fila, della vita politica per il leader gollista, 74 anni e qualche acciacco fisico, una figlia di cui si è sempre tanto parlato, e una passione per l'oriente che ora avrà il tempo di coltivare.

"Non vi chiederò i voti per un nuovo mandato, è venuto per me il momento di servirvi in un altro modo" ha esordito Chirac, il cui incarico presidenziale finirà alla mezzanotte del 16 maggio, una settimana dopo il secondo turno che si terrà il 9 maggio, che verosimilmente condurrà all'Eliseo il suo successore. Eppure, nel suo intenso congedo, il presidente ha incarnato tutto il suo spirito francese, quasi racchiudendo vizi e virtù di un'intera carriera politica, cominciata come primo ministro negli anni settanta, e continuata con la carica di primo cittadino di Parigi, fino a prendere in mano l'eredità gollista nella sua interezza, attraversando gli anni della coabitazione con i socialisti al governo, fino alla rinuncia coraggiosa alla guerra in Iraq, non allineandosi alla tendenza militare americana. Nel mezzo, le battaglie vane per la Carta Europea, lo scricchiolio del modello francese di integrazione sociale, a suon di violenza nelle banlieues, il boccone amaro che Jospin gli fece ingoiare, con la diminuzione da sette a cinque anni della durata del mandato presidenziale (proposta caldeggiata anche da Valery Giscard d'Estaing), quasi ci fosse la fretta di voltare velocemente pagina, per considerarlo definitivamente un uomo del passato. 

La sua stella comincia ad eclissarsi proprio nel 2002, anno della riconferma rumorosa, dopo il sorprendente exploit dell'estrema destra Jean Marie Le Pen e il terremoto politico della sinistra, quasi appesantito dall'82% dei voti con cui i francesi gli affidarono, quasi a malincuore, la loro patria minacciata dall'ondata razzista e xenofoba. Da qui la sua volontà di essere "il presidente di tutti", ma anche i primi cali di consensi, il maldestro attentato a cui sfuggì nel luglio 2002, l'aggrapparsi alla vecchia indole gollista, oramai scavalcata dai tempi. Non a caso, ancora ieri, Chirac ha invitato i francesi a "non lasciare mai spazio agli estremismi e non respingere mai gli altri", ammonendo con passione e carisma i suoi cittadini delle possibili derive future, assicurando di "amare il suo paese", e di difenderlo perché "la Francia non è un Paese come gli altri, ha responsabilità particolari, ha il retaggio della propria storia e dei valori universali che ha contribuito a creare".

Chirac si è detto "orgoglioso" del proprio lavoro alla guida del Paese, difendendo il suo operato e sottolineando la collegialità del suo impegno: "sono fiero del lavoro che abbiamo svolto insieme" ha detto, ricordando la riforma del sistema pensionistico, i miglioramenti delle condizioni di vita degli anziani e dei portatori di handicap, la riduzione della disoccupazione e la diminuzione del tasso di criminalità. Senza risparmiare critiche allo scenario politico internazionale,  definendo "immorale e pericoloso  che a causa di un liberismo senza freni aumenti ancora di più il fossato tra una parte del mondo sempre più ricca e dei miliardi di uomini, di donne e di bambini in preda alla miseria e alla disperazione", rispolverando un'immagine internazionale da tempo appassita, ma mai lontana dai grandi temi internazionali. E disegnandosi quasi un futuro alla Al Gore, quando ha invitato i francesi a partecipare "alla rivoluzione ambientalista che sta cominciando", per "concepire un nuovo tipo di relazione con la natura e inventare un'altra crescita economica".

Il presidente uscente non si è ancora espresso sul suo sostegno ad uno dei candidati alla sua successione, ma è scontato l'appoggio al suo delfino Sarkozy, leader del Ump (Unione del Movimento popolare, il partito conservatore creato proprio da Chirac), ed erede designato con cui non sono mancati screzi e incomprensioni negli ultimi tempi. Sarà lui, che si troverà a lottare con la socialista Ségolène Royal e il centrista François Bayrou, in netto recupero di consensi, come sta emergendo dal suo inatteso successo nei sondaggi. "A proposito delle scadenze elettorali, avrò l' occasione di esprimere le mie scelte personali" ha dichiarato rimandando il momento di una rivelazione che non dovrebbe riservare sorprese, ma dalla quale l'alfiere Sarkozy sembra quasi voler sfuggire. Il candidato della destra, infatti, non ha commentato il discorso di Chirac, limitandosi ad un comunicato del suo entourage che sottolinea la diversità dal passato e l'affrancamento dallo stesso Chirac, pur evitando di delegittimare dodici anni di presidenza. "Siamo diversi, vogliamo scrivere una pagina nuova, ma senza strappare quella precedente" sono le parole di Brice Hortefeux, uno dei consiglieri di Sarkozy, che si guarda bene dal chiedere ufficialmente il suo appoggio, benché sia noto che aspetti da tempo la sua benedizione politica, che lui stesso ha definito un "evento politicamente importante".

Un gioco delle parti a cui si sottrae il vecchio Le Pen, l'unico ad aver criticato il presidente fino all'ultimo, definendolo un "radicalsocialista", e che vede forse una convergenza al centro (verso Bayrou) proprio per la stanchezza dei francesi a veder così simili destra e sinistra nelle loro lotte interne e nel volersi inseguire nelle scelte, contraddittori nei programmi e poco attenti alla reale volontà della gente. La stessa che ha tradito Chirac, ai tempi del no alla costituzione francese, il referendum al quale il presidente aveva affidato gran parte della sua popolarità, e che lo vide nettamente sconfitto. Un tema su cui non ha smesso di lottare, neanche nel giorno dell'addio. "La Francia - ha detto Chirac - deve affermare l'esigenza di un'Europa potente. Di un'Europa politica. Di un'Europa che garantisca il nostro modello sociale", sottoscrivendo di fatto il suo testamento politico.

Oggi, Sarkozy è insidiato sempre di più dal centrista Francois Bayrou che, in un sondaggio pubblicato oggi dal settimanale "Le Journal du Dimanche", per la prima volta è dato alla pari al primo turno di voto con la socialista Segolene Royal: 23% per entrambi, contro il 29% a Sarkozy. Quanto basta, per ora, per cullare il sogno di sedersi sul trono del suo vecchio mentore.

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il