I comunisti conquistano la televisione: ma l'appello non è italiano, ma russo

Il Cremlino, in vista delle presidenziali del 2008, non vuole invasioni di campo.



Il Cremlino, in vista delle presidenziali del 2008, non vuole invasioni di campo. I membri della vasta nomenklatura sono interessati sempre più alla conservazione delle strutture del potere. E così comincia una battaglia contro lo zoccolo duro dell’opposizione che al giorno d’ggi dimostra di avere un vasto seguito. La manovra consiste nel mettere nell’angolo quanti possono contestare il ruolo di Putin e comunisti e nazionalisti finiscono tutti nel mirino del Cremlino. Ma non è cosa facile proprio perché i comunisti - tanto per citare la forza più organizzata - riescono a conquistare, per la prima volta dal giorno del crollo dell’Urss, un canale televisivo. Nasce la loro tv. Diretta e controllata dal Partito comunista di Zjuganov. Con programmi particolari e telegiornali che evidenziano ottimi rapporti con gli uomini più influenti del Paese. Per ora il canale “rosso” ha come raggio di azione la zona siberiana di Novosibirsk (178.000 chilometri quadrati con una popolazione di 3 milioni), ma nei piani della nuova emittente c’è una ulteriore diffusione anche in altre regioni. Ed ecco che sulla base di questo annuncio (per certi versi sensazionale nella realtà di una Russia dominata da un potere oligarchico ed anticomunista che si avvale di una nuova categoria di “servitori” impegnati nei media) il Cremlino lancia l’allarme: “I comunisti attaccano e puntano all’informazione… ora si appropriano anche delle onde della televisione”. Ed è subito chiaro che si avverte un certo sconvolgimento.

Cosa è avvenuto, in pratica, e come? I comunisti - considerando il fatto di essere praticamente esclusi dal sistema informativo della tv e di non avere nessun ruolo negli organi dirigenti della tv di stato - hanno svolto trattative (segretissime) con una stazione televisiva privata - la MKS, Molodaja kultura Sibili - diretta da Jurij Slujanov, un manager che ha deciso di mettere a disposizione di enti ed organizzazioni alcuni spazi della sua emittente. E così i comunisti, approfittando del fatto che non c’è nessuna legge che proibisce ai partiti di diffondere le loro posizioni attraverso la televisione, hanno deciso di prendere in gestione l’intero canale. Si sono “ritagliati” il loro spazio, hanno trovato finanziamenti, giornalisti, registi, reporter, conduttori. E non appena formalizzate le pratiche - proprio in questi giorni - hanno diffuso la notizia.

A gestire l’intera operazione è un siberiano, il deputato comunista Anatolij Lokot. Il quale spiega alla stampa che la decisione di avere un proprio servizio televisivo nasce dal fatto che la tv di stato ha bloccato più volte le dichiarazioni rilasciate dai comunisti, sia a livello di partito che di parlamento. “Così - precisa Lokot - abbiamo deciso di eliminare la cortina di silenzio nei nostri confronti. Ed ora partiamo da Novosibirsk, che può essere considerata come la capitale della Siberia... Siamo noi a gestire il canale, ma pensiamo che questa esperienza sarà seguita da altre organizzazioni del nostro Partito”. Intanto non è più un segreto che a livello direzionale del partito di Ziuganov si stanno preparando piani di sviluppo per nuove tv “rosse”, regionali, collegate come un vero e proprio network.

C’è, insomma, un risveglio dell’attività comunista. Segnato anche da una prima dichiarazione diffusa dalle antenne di Novosibirsk e relativa ad un appello per “ripristinare l’unità nazionale, quella che si chiamava Unione Sovietica”. Il servizio televisivo in merito rende noto che c’è stata una riunione di tutti i partiti comunisti presenti nel territorio dell’ex Unione Sovietica. Dove il segretario del Pc della Russia, Ziuganov, ha posto l’accento sulla necessità di riunirsi - come paesi - in uno stato unico. E le prime tappe politiche che la tv “rossa” annuncia dalla lontana Siberia riguardano diverse manifestazioni di protesta che dovranno svolgersi, nelle varie realtà nazionali, contro "l'insorgere dell'anticomunismo, il nazionalismo di stampo fascista, nonchè la globalizzazione imperialistica ed aggressiva da parte della Nato". E ancora: per il mese di giugno si annuncia una conferenza a livello internazionale intitolata: "Il grande Ottobre e i tempi moderni".

Sarà interessante ora conoscere la reazione ufficiale del Cremlino e della stessa Duma. Proprio per il fatto che già in questi giorni il deputato Vladimir Semago, a nome del partito del potere (quello di Putin), ha proposto una legge che proibisce manifestazioni di strada. Un modo concreto per dire alle opposizioni che non saranno consentite proteste di massa. “Chi vorrà manifestare - ha detto alla tv Semago - potrà affittare una sala, oppure dovrà andare fuori delle città”. Che per Mosca vuol dire nei boschi. La decisione dei comunisti di andare sulle onde televisive è una prima risposta. Seguiranno ora, sicuramente, altri partiti che approfitteranno del pluralismo dell’etere per aggirare le azioni repressive del Cremlino.

Ma il vertice russo non molla. Putin mette in moto la Procura Generale e blocca, a tempo indeterminato, l'attività del partito nazional-bolscevico, meglio conosciuto in Russia sotto la sigla di NBP. La manovra non è comunque nuova. Perché già all’inizio all'inizio di marzo, la procura di Mosca aveva dichiarato fuorilegge il partito nazional-bolscevico, ritenendolo un'organizzazione estremista e proibendone di conseguenza l'attività. La manovra del Cremlino è chiara: si vogliono allontanare dal teatro della politica alcune delle menti più lucide e originali. La decisione viene presentata come una misura tesa a reprimere ogni organizzazione che si ricollega ad attività terroristiche. Ma in realtà la preoccupazione di Putin è che il Partito nazionalbolscevico sfugge a qualsiasi controllo del vertice russo e si presenta come precursore di un socialismo riformabile.

Già nel giugno del 2005 con una sentenza emessa dal tribunale regionale di Mosca il partito nazional-bolscevico era stato liquidato e cancellato dal registro statale delle persone giuridiche per ripetute infrazioni della legislazione russa. Ciononostante i nazional-bolscevichi hanno proseguito nella loro attività ed in relazione a ciò anche le procure di San Pietroburgo e di Celiabinsk hanno messo in guardia il partito dall'astenersi dal mettere in atto manifestazioni di carattere estremista. "I ripetuti avvisi nell'arco di tempo previsto dalla legge, secondo la Procura Generale, rappresentano un motivo sufficiente per ritenere l'organizzazione in questione estremista e di conseguenza proibirne l'attività'", si legge nella nota emessa dalla Procura Generale.

E sempre secondo la Procura Generale, i rappresentanti nazional-bolscevichi si sono ripetutamente resi autori di “crimini e reati” illeciti di carattere estremista, mentre il loro leader, Eduard Limonov (scrittore ad esponente politico, scomodo ed inclassificabile dissidente intellettuale della Russia postcomunista) ne sostiene ed approva l'attività tramite i mass-media. A questo proposito vale la pena ricordare che all'inizio di marzo lo stesso Limonov fu fermato dalle forze dell'ordine per aver preso parte alla non autorizzata "Marcia degli sconcordi" tenutasi a San Pietroburgo. Nell'occasione fu altresì fermato il leader dell' "Avanguardia della gioventù rossa", Serghej Udalzov, altra figura di spicco nella galassia anti-Putin.

Denigrati ed accusati e pesantemente criticati i comunisti, comunque, intensificano la loro attività. Pur non essendo al centro della scena sanno di poter contare al momento opportuno. E così ancora una volta la Russia scopre il “lavoro clandestino”. Comunisti e nazionalisti – pur se distanti ideologicamente – hanno trovato nell’azione anti-Putin un minimo denominatore comune. Pur se il Cremlino – nella propaganda estera – può contare su numerosi lacchè che operano nei servizi propagandistici e di informazione.

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il