Lega Araba: ultima occasione per risolvere la questione israelo-palestinese e iraq ?

La lega Araba ha l'ultima occasione per sistemare i problemi legati al conflitto israelo-palestinese e la questione irachena



Mai così divisi da quando esiste la Lega Araba, come se sessanta anni di dialogo politico, crescita interculturale e accordi diplomatici non ci fossero mai stati. C'è un velo di pessimismo sul diciannovesimo vertice della Lega che si è aperto oggi a Riad, non a caso ribattezzato dagli analisti internazionali come il "meeting delle decisioni coraggiose". Ma nelle parole del discorso d'apertura del Re Abdullah Bin Abdel Aziz, sovrano dell'Arabia saudita e presidente di turno dell' unione, sta tutto il mistero di un incontro denso di ostacoli e pieno di punti interrogativi.

Tra i principali nodi da risolvere c'è l'annosa questione israelo-palestinese, nella speranza di rilanciare il progetto di pace e garantire il legittimo sostegno al nuovo governo palestinese di unità nazionale, senza dimenticare le spine della contesa irachena.

L'appuntamento vede nella capitale saudita i capi di Stato, o loro rappresentanti, dei ventidue Paesi aderenti all'organizzazione panaraba; presenti tra gli altri, il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon (durante il cui discorso i delegati iraniani e siriani hanno abbandonato l'aula per protesta), e l'Alto rappresentante Ue per la politica estera, Javier Solana. Grande assente è il leader libico, Moammar Gheddafi, che ha boicottato il summit.

I capi di Stato dovranno ratificare i progetti di risoluzione adottati lunedì dai loro ministri degli Esteri, tra cui una che rilancia nella sua forma originale, e senza alcun emendamento, l'iniziativa di pace con Israele adottata dal vertice arabo di Beirut del 2002. Si tratta di una iniziativa, di ispirazione saudita, che offre a Israele una normalizzazione delle sue relazioni con tutti i paesi arabi in cambio di un ritiro dai territori arabi occupati, e che prevede inoltre la formazione di uno Stato palestinese indipendente e una soluzione "equa" della questione dei rifugiati palestinesi della guerra del 1948. Un rinvio della patata bollente nelle mani degli israeliani per invitarli a scoprire le carte sulla loro reale intenzione di giungere alla pace. Non a caso, il ministro degli esteri saudita Saud al-Faisal, l'eminenza grigia di Riad, ha detto che "se Israele non accetterà la proposta dei paesi arabi, sarà esposto alle minacce dei signori della guerra, dal momento che quello che era in nostro potere di fare nel mondo arabo, lo abbiamo fatto. Se Israele rifiuta, significa che non vuole la pace e che rimette tutto nelle mani del destino".

I leader arabi lanceranno anche un appello per la revoca dell'embargo internazionale contro il nuovo governo di unità nazionale palestinese, formato dai gruppi rivali di Hamas e al Fatah, rappresentato nella capitale saudita dal presidente palestinese Abu Mazen e dal premier Ismail Haniyeh, di Hamas (che per altro si è detto scettico sull'intesa), considerato da Stati Uniti, Unione Europea e Israele un gruppo terroristico. "Chiederemo due cose - ha detto Abu Mazen - un sostegno politico al governo di unità nazionale palestinese e un appoggio economico per far fronte all'isolamento che ci è stato imposto". E' possibile l'istituzione di una commissione speciale per seguire l'attuazione del piano di pace, che smentisca l'indiscrezione circa l'organizzazione di una nuova riunione tra i membri del cosiddetto Quartetto arabo (Egitto, Arabia Saudita, Emirati e Giordania), per rilanciare il processo di pace in Medio Oriente in accordo coi rappresentanti israeliani, così come ipotizzato da alcuni quotidiani nei giorni scorsi. In alternativa prende corpo anche la creazione di un possibile Consiglio di
Sicurezza Arabo, simile a quello delle Nazioni Unite, "incaricato di mediare nelle dispute interne arabe e assicurare la pace".

Spinosa anche la disputa irachena. Il presidente iracheno Jalal Talabani si è detto fiducioso sul fatto che "i fratelli arabi ascolteranno le necessità del popolo dell'Iraq, stretto nella morsa della guerra e della divisione fratricida", appoggiato da Re Abdullah che ha definito "illegittima" l'occupazione straniera del paese e ha condannato "l'odiosa guerra settaria" in corso tra sunniti e
sciiti. La speranza degli iracheni è che la Lega metta fine ad un annoso assenteismo, curandosi di rinverdire i rapporti diplomatici col paese, fermi ai tempi di Saddam.

Fredda invece l'accoglienza per le delegazioni libanesi, che ben simboleggia la scelta di relegare in secondo piano la crisi del paese dei cedri, riservando sia al presidente Emil Lahoud (sostenitore dell'opposizione filo-siriana) che al premier Fuad Siniora, espressione della maggioranza anti-Damasco, un benvenuto di basso profilo. Al contrario, il monarca saudita Abdallah ha accolto personalmente il presidente siriano Bashar Assad, con il quale lo scorso anno ebbe un duro scontro dopo il sequestro di due soldati israeliani da parte da Hezbollah (alleato siriano) lungo la frontiera con lo Stato ebraico, che diede di fatto inizio al conflitto in Libano del sud.

La spiegazione è nella delusione del mondo arabo all'incapacità dimostrata dai leader politici libanesi nello sbrogliare la matassa politica, senza trovare un compromesso valido alla crisi che spacca il paese e provoca morti da quasi un anno. Eppure Siniora ha ostentato ottimismo, aspettandosi che "il vertice consacrerà il sostegno arabo alla libertà, all'indipendenza e alla ritrovata sovranità del Libano", incurante del disinteresse con cui il vertice ha di fatto messo da parte i problemi libanesi, auspicando decisioni condivise da tutto il mondo islamico.

Una linea comune condivisa anche dal presidente turco Erdogan e dal premier pakistano Musharraf, che passa a questo punto da una riforma interna alla Lega, "per riformare il mondo arabo in generale e organizzare un percorso comune che parta dai singoli stati per arrivare alle istituzioni collegiali", come ha sottolineato il deputato iracheno Mithal al-Alusi, presidente del Partito della Comunità Irachena. Dall'organizzazione di elezioni democratiche all'adozione di emendamenti costituzionali per il rispetto dei diritti umani, i capi di stato e di governo dovrebbero a suo dire avviare processi di riforme di carattere democratico, che coinvolgano la popolazione nei disegni politici, evitando derive populiste o pericolosi casi "all'egiziana".

Auspici condivisibili e progetti apprezzabili, che cozzano contro le terribili urgenze del "vertice delle decisioni coraggiose". Come ha ribadito Re Abdullah, "la priorità per gli arabi è riacquistare fiducia in sè stessi per riacquistare credibilità e speranza, per non permettere alle forse straniere nella regione di stabilirne l'avvenire e impedire che non sia issata sulla terra araba altra bandiera che quella dell'arabismo".

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il