Anche il Senato Usa a sorpresa approva il ritiro delle truppe dall'Iraq. Bush messo alle strette ?

E' scontro aperto tra Casa Bianca e Congresso degli Stati Uniti sul futuro della guerra in Iraq.



E' scontro aperto tra Casa Bianca e Congresso degli Stati Uniti sul futuro della guerra in Iraq.

Meno di tre mesi dopo aver assunto il controllo di Camera e Senato, i democratici sono riusciti a far passare in entrambe le camere provvedimenti che per la prima volta indicano nel 2008 l'anno in cui i soldati Usa dovranno essere a casa, aprendo la strada a un conflitto tra poteri che avrà come epilogo quasi certo un veto del presidente George W.Bush.

Dopo un paio di tentativi precedenti andati a vuoto, i democratici in Senato sono riusciti a riunire una maggioranza, sia pur risicata (50-48), per sbarrare la strada al tentativo dei repubblicani di cancellare qualsiasi scadenza dalla legge che deve rifinanziare con 122 miliardi di dollari le missioni in Iraq e Afghanistan. La Camera giorni fa aveva già varato un provvedimento che imponeva l'obbligo del "tutti a casa" entro il primo settembre 2008. Al Senato è invece passata una scadenza ancora più ravvicinata, quella del 31 marzo del prossimo anno, ma solo come "obiettivo" verso cui lavorare, non come vincolo. Il ritiro, secondo i senatori, dovrebbe prendere il via già quest'anno.

Entro la fine della settimana arriverà il voto finale sulla legge di rifinanziamento, che a questo punto verrà inviata alla Casa Bianca con l'indicazione di una data di scadenza che l'amministrazione Bush non intende accettare. Il presidente quindi, con ogni probabilità, si avvarrà del suo diritto di veto. Una prerogativa che, in oltre sei anni alla Casa Bianca, Bush ha usato solo una volta, per respingere una legge del Congresso che aumentava il finanziamento federale per la ricerca sulle cellule staminali embrionali.

Provvedimenti con indicazioni temporali per la fine delle operazioni, ha detto la portavoce della Casa Bianca Dana Perino poco prima del voto, "mettono a grave rischio la libertà e la democrazia in Iraq". Il Pentagono in questi giorni ha avvertito ripetutamente che la conseguenza del braccio di ferro e del rinvio della legge di rifinanziamento, sarà quello di creare difficoltà ai militari e mettere in pericolo le truppe al fronte per carenza di mezzi. George W. Bush ha ribadito il suo fermo "no" a qualsiasi "scadenza arbitraria"alla durata della missione americana in Iraq.

Ma i democratici, per bocca del leader della maggioranza in Senato, Harry Reid, hanno sostenuto che serve a questo punto, dopo 3.200 americani morti, "un messaggio al presidente che è arrivato il momento di indicare un nuovo cammino in questa guerra ingestibile". "E' una guerra - ha aggiunto Reid - non vale più una sola goccia di sangue americano".

I democratici, dunque, non retrocedono e vogliono fissare una scadenza alla permanenza delle truppe americane in Iraq. Fino a cercare anche "soluzioni di compromesso" come quella prospettata dal democratico Mark Pryor che prevede di stabilire una data segreta per il rimpatrio, conosciuta solo dalle autorità americane ed irachene. "La scelta migliore è quella di un piano segreto ed un calendario segreto sui tempi del rimpatrio dall' Iraq conciliando così le esigenze di tutti", sostiene il senatore. La data segreta dovrebbe essere proposta dal presidente Bush e condivisa solo con il Congresso e i leader iracheni. Il senatore è sicuro che non ci sarebbero fughe di notizie perché il Congresso "é sempre depositario di segreti che non sono rivelati a nessuno".

Compromessi a parte, le mozioni dei democratici approvate da Camera e Senato mettono inseria difficoltà i parlamentari repubblicani, soprattutto quelli che l'anno prossimo dovranno presentarsi al giudizio degli elettori per un rinnovo del loro mandato (cioè tutta la Camera ed un terzo del Senato), perché i membri repubblicani del Congresso sono stretti tra la necessità di non mostrarsi sleali nei confronti del presidente Bush e l'urgenza di non ignorare gli umori degli elettori americani che appaiono sempre più contrari alla guerra in Iraq.

E, per accertarsi che l'ago della bilancia non pendi a favore della volontà degli elettori, il presidente Bush ha deciso di correre ai ripari, verificando di persona la tenuta di ogni singolo eletto del suo partito. Così, l'inquilino della Sala Ovale ha deciso di invitare tutti i deputati repubblicani alla Casa bianca per "ringraziarli personalmente "del sostegno finora ricevuto e per "incoraggiarli" a non abbandonare la lotta proprio adesso che è entrata nel momento decisivo.

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il