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Pensioni ultime notizie tra Renzi, Partiti, INPS, Ministeri non c'è più convergenza e unità su modifiche esistente prima

Nulla di nuovo e concreto ancora sulle pensioni ma probabilmente non arriverà alcuna novità fino a quando non ci sarà nuova convergenza politica: le ultime notizie




Il percorso di approvazione definitiva di novità pensioni potrebbe essere ancora molto lungo e a complicare una situazione già complessa a causa del difficile andamento economico le ultime notizie su un persistente clima politico non proprio disteso. Da tempo, infatti, si registrano divergenze non solo all’interno dello stesso Pd ma anche tra i diversi partiti politici, ognuno orientato verso diversi interventi di modifica sulle pensioni, tra piano di uscita a quota 100, contributivo, part time e ricambio generazionale, e assegno universale.

Se all’inizio del mese di agosto sembrava fossero in via di approvazione il contributivo donna, sostenuto da Parlamento, INPS Boeri e premier Renzi, bloccato ancora dai tecnici della Finanze, che tornerà ad essere discusso mercoledì prossimo 9 settembre in Commissione Lavoro, e l’assegno universale, pronto ad essere erogato agli over 55, ora la situazione sembra decisamente cambiata e persistono contrasti, anche su questa misura, che  il presidente dell’Inps Boeri ha proposto per gli over 55 che rimangono senza lavoro, il premier Renzi vorrebbe istituirlo per le fasce disagiate, il M5S a tutti, mentre il ministro del Lavoro solo per chi ha perso il lavoro ma dimostra di essere alla ricerca di un nuovo impiego e per un tempo limitato.
 
Inoltre, lo stesso Renzi fino allo scorso luglio dichiarava di voler intervenire per sostenere una maggiore flessibilità per tutti e garantire aumenti delle pensioni minime, ma si è di nuovo bloccato su questi punti e in occasione del meeting Cl di Rimini non ha fatto alcun riferimenti alle pensioni, anche se la sua nuova strategia di lavoro potrebbe essere quella di far passare la nuova legge Renzi-Boeri, che però non mette tutti d’accordo.

Grazie a questo sistema si potrebbe andare in pensione a 62 anni con 35 anni di contributi e una decurtazione del 3, per ogni anno di anticipo rispetto ai 66 anni oggi richiesti. La penalizzazione sull’assegno mensile arriverebbe ad un massimo del 12%, se si decide di lasciare a 62 anni, ma si tratta di un taglio in parte ricompensato da un prestito (mini pensione) dello Stato che il lavoratore dovrà poi restituire, con piccole decurtazioni mensili sull’assegno finale, una volta raggiunti i normali requisiti richiesti. La pensione finale, poi, si calcolerebbe sul montante contributivo versato da ciascun lavoratore.

Fino a qualche tempo fa era particolarmente discusso anche il part time per sostenere il ricambio generazionale ma ora sembra tramontato, a differenza del piano di quota 100, fortemente voluto da sindacati, minoranza Pd e Commissione parlamentare ma a cui dicono no il Ministero delle Finanze e il presidente dell’Inps Boeri perché troppo costoso. Il Parlamento, invece, sostiene la quota 100 ma senza alcuna penalizzazione, così come del resto hanno anche chiesto i sindacati, mentre parte del Pd rilancia sull’uscita con 41 anni di contributi indipendentemente dall’età anagrafica, meccanismo che sosterrebbe soprattutto i lavoratori precoci. In questo contesta, poi, bisogna considerare la proposta di FI che si batte da sempre soprattutto perché le pensioni minime vengano aumentate a mille euro.

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Autore: Marianna Quatraro
pubblicato il