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Pensioni ultime notizie su funzionamento legge Renzi-Boeri e piani INPS, Parlamento, Ministeri trapelano nuove indicazioni

Piani di modifica al vaglio del governo per intervenire sull’attuale legge pensioni: diverse le ipotesi di lavoro ma mancano fondi. Le ultime notizie




Quella appena conclusasi è stata un’altra intensa settimana di lavori sulle pensioni nonostante le novità non lascino sperare in modifiche immediate. Eppure, come le ultime notizie confermano, Inps, governo, Ministero continuano a lavorare per rivedere quella legge pensionistica che, oltre ad aver creato casi sociali come quota 96, ha fortemente penalizzato diverse categorie di lavoratori. L’urgenza di intervenire sulle pensioni continua ad essere ribadita ma resta sempre l’ostacolo della mancanza di fondi necessari per intervenire da superare. Così come resta da superara ancora lo scoglio della contrarietà dell’Ue a qualsiasi modifica sulle pensioni.

Intanto, l’Inps continua sulla sua strada di rinnovamento del sistema previdenziale e, d’accordo con il premier Renzi, punta a dividere spesa previdenziale e spesa assistenziale, rivedere le pensioni di invalidità, reversibilità, cumulo, baby pensioni, per recuperare nuove risorse ma anche per rimettere in equilibrio l’intero sistema, e tra le ipotesi di intervento al momento realmente allo studio per rivedere i requisiti di accesso alla pensione c’è la nuova legge ibrida Renzi-Boeri he  dovrebbe permettere di andare in pensione a 62 anni con 35 anni di contributi e una decurtazione del 3%, per ogni anno di anticipo rispetto alla soglia di pensionamento fissata attualmente.

La penalità sull’assegno mensile arriverebbe ad un massimo del 12% se si decide di lasciare a 62 anni, ma si tratta di un taglio che verrebbe in parte alleggerito da un prestito erogato dallo Stato, secondo il sistema della mini pensione, e che il lavoratore dovrà poi restituire, con piccole decurtazioni mensili sulla pensione finale, una volta raggiunti i normali requisiti richiesti. La pensione finale si calcolerà in base ai contributi realmente versati dal singolo lavoratore nel corso della vita professionale.

Questa ipotesi sembra al momento quella più fattibile da realizzare per cambiare le pensioni attuale, innanzitutto perché si pone come una sorta di compromesso tra le diverse proposte avanzate dai vari partiti politici mettendo tutti d’accordo e poi perché risulterebbe a costo zero per lo Stato, interamente a carico del cittadini stesso. Ed è proprio questa sua caratteristica di essere autofinanziata, interamente cioè a carico dei cittadini, quella richiesta da tanti che appoggiano novità pensioni. Il sottosegretario Baretta, per esempio, ha confermato che si lavora per modifica la legge pensionistica attuale ma molto dipenderà dalla “compatibilità finanziaria” e la soluzione da lui proposta sarebbe dare la possibilità di uscire prima dei 66 anni con un assegno più basso non per un po’ di tempo ma per tutta la vita, garantendo, allo stesso tempo, risparmi per il bilancio pubblico.

Anche il viceministro dell’Economia Morando ha aperto a modifiche pensionistiche, dopo avere sempre ribadito che non vi sarebbero stati nell’immediato interventi pensionistici al vaglio del governo, a condizione che risultino a costo zero per le casse dello Stato. Pur appoggiando tutti la legge ibrida Renzi-Boeri, sono diversi i dubbi che essa suscita, a partire dal quel contributivo che potrebbe fortemente penalizzare i lavoratori, anche se il presidente dell’Inps ha rassicurato su questo punto.  Secondo i sindacati, infatti, i tagli che risulterebbero dall’applicazione del contributivo arriverebbero a sfiorare anche il 30%, il che chiaramente rappresenta un problema per chi, pur avendo parte della pensione calcolata con vecchio sistema retributivo, si vedrebbe ridurre un assegno maturato comunque nel corso di tutta la sua vita lavorativa.

Ma l’Inps ha precisato che il piano di ricalcolo contributivo non comporta tagli così alti come riportato da alcuni, ma solo una equa redistribuzione equa, pur non entrando ancora nei dettagli di età e contributi richiesti, e che comunque si tratterebbe  di un meccanismo da applicare esclusivamente agli assegni più alti e non su tutta la cifra ma solo sul 10-20% di essa.

Anche Nino Galloni, economista e membro effettivo del collegio dei sindaci dell’Inps, sostiene la possibilità di uscita anticipata dal lavoro ma a fronte di penalizzazioni e secondo quanto ultimamente dichiarato sarebbe possibile per lui applicare una decurtazione del 15% a chi va in pensione prima, tra i quattro e i sei anni. Il principio da seguire, secondo Galloni, è che se si versa di meno in fatto di contributi allora si riceve di meno.

Il presidente della Commissione Lavoro, intanto, continua a rilanciare sul piano di uscita con quota 100, sostenuto da sindacati e Parlamento, un sistema che non arriverebbe a costare tanto come dichiarato dal presidente dell’Inps che lo ha bocciato e il cui costo verrebbe comunque controbilanciato dalle penalizzazioni richieste a chi decide di andare in pensione prima. Per fare un esempio, se un lavoratore con 35 anni di contribuiti decide di andare in pensione a 62 anni anzichè a 66 subirà una penalizzazione dell’importo dell’8%, cioè il 2% per ogni anno e l’eventuale pensione di 1000 euro al mese scenderà a 920 euro.

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Autore: Marianna Quatraro
pubblicato il