L'export di armi è ancora un settore in forte crescita in Italia

La prima relazione del governo Prodi sull'export militare conferma come il settore sia sempre in crescita: l'attività nel 2006 ha infatti raggiunto il valore di circa 2,19 miliardi di euro



La prima relazione sull'export italiano di armi del governo Prodi, più puntuale del passato ma ancora incompleta, presenta dati dirompenti, in quantità e qualità. Il valore complessivo delle autorizzazioni all'esportazione rilasciate nel 2006 sale infatti a ben 2,19 miliardi di euro, contro gli 1,36 miliardi del 2005. Si tratta dei volumi più alti degli ultimi 10 anni, che superano di poco il picco del 1999.

Scorporando i dati in fasce di importo si conferma la tendenza ad avere molti contratti di piccole dimensioni (ben il 96% è relativo a materiali di valori inferiori ai 10 milioni), mentre il peso maggiore in termini finanziari lo si ha con pochi contratti "formato maxi" (sono 12, il doppio dello scorso anno, corrispondenti all'1,4%). Queste autorizzazioni molto remunerative fanno la parte del leone nella torta degli introiti previsti, sfondando il muro del miliardo e cento milioni di euro e superando il 50% del totale (contro il 27% dello scorso anno). Anche per quanto riguarda le esportazioni definitive, conseguenti alle autorizzazioni degli scorsi anni, si è avuta una crescita del 12% con un importo complessivo di 937 milioni di euro.

Le aziende: chi sono i campioni dell'export. I principali campioni dell'export bellico italiano sono sempre gli stessi: Agusta, Alenia, Oto Melara, Avio, Selex... tutti in qualche modo gravitanti nella galassia Finmeccanica. In particolare, la palma del migliore esportatore va ad Agusta che, forte anche del contratto per gli elicotteri militari Usa, vola fino ad 810 milioni di euro di vendite (il 38% circa del totale italiano). Agusta si conferma come lo scorso anno in testa alla classifica, ma aumenta di ben 4 volte e mezzo il valore complessivo dei propri affari con l'estero. Le altre aziende, però, non possono certo lamentarsi: Alenia Aeronautica triplica il proprio export, mentre Oto Melara e Avio lo raddoppiano quasi.

Dove finiscono le nostre armi. Per quanto riguarda i Paesi destinatari dei nostri prodotti bellici e militari, si confermano sostanzialmente le fette di mercato degli ultimi anni: il 63% verso i Paesi della Nato o dell'Ue, e il restante per i Paesi fuori Unione o fuori Alleanza. Tra i primi, ai vertici della classifica troviamo gli Stati Uniti d'America (sempre per l'affare degli elicotteri, per un totale di 350 milioni), seguiti da Polonia (227 milioni), Regno Unito (160 milioni) e Austria (152 milioni). Da soli i Paesi appartenenti alla Unione europea e alla Nato hanno messo insieme consegne di armi italiane superiori al totale complessivo esportato nel 2005 (1396 milioni contro 1360 milioni). Dati interessanti derivano invece dall'analisi delle esportazioni avvenute verso nazioni non Ue e non Nato. Al vertice troviamo gli Emirati Arabi Uniti (secondi anche nella speciale classifica delle operazioni di esportazione definitiva), che riceveranno ben 338 milioni di euro di armamenti made in Italy.

I ricchi petrolieri del deserto hanno ordinato in Italia armi o sistemi d'arma di calibro superiore ai 12,7 millimetri, bombe, siluri, razzi, missili (con relativi accessori), navi da guerra e aeromobili. Senza dimenticare apparecchiature elettroniche e di collaudo e munizioni varie. Un carrello della spesa bello pieno, solo di poco inferiore a quello Usa. Molto più distanti, tutti al di sotto degli 80 milioni di euro, gli altri Paesi di questo gruppo, per i quali le nostre aziende hanno ricevuto le prescritte autorizzazioni.

Nella lista ci sono nomi poco rassicuranti: l'Oman (78 milioni per una nazione così piccola?), la Nigeria (teatro recentemente di sequestri ai danni di tecnici italiani dell'Eni), la Corea del Sud incuneata in una delle aree più delicate del pianeta. In attesa di capire, con la pubblicazione delle tabelle integrali, quali tipi di arma siano finiti nelle varie destinazioni, è utile citare altri Paesi rilevanti per l'export in area non-Ue/non-Nato: India e Pakistan, con la solita suddivisione quasi ecumenica (27 milioni a 22), il Venezuela e poi Libia e Singapore.

Le "banche armate". Uno degli aspetti da sempre più osservati e sensibili in tema di armamenti è la lista delle cosiddette "banche armate". Va ricordato che i dati relativi agli istituti di credito riguardano gli importi degli incassi autorizzati sui conti delle ditte armiere che vengono pagate per le commesse degli anni precedenti effettivamente esportate. Non si tratta, perciò, degli effettivi interessi o investimenti che le banche incanalano nel business militare ma della loro tendenza a mettersi a servizio, come operatori tecnici finanziari, delle transazioni di compravendita di armi.

Pur con l'incapacità di coprire ogni aspetto dell'intermediazione e con tutti questi buchi di fondo, la lista delle "banche armate" continua ad assumere un'importanza fondamentale nel denunciare le forti contraddizioni di un comparto produttivo italiano per il quale sembra valere come sempre il motto latino "pecunia non olet". I dati del 2006, che anche in questo caso dovranno essere poi incrociati con tutti i dettagli relativi a destinazioni e sistemi d'arma, mostrano da subito alcune tendenze interessanti.

Complessivamente, c'è stato un incremento del 6% delle autorizzazioni a operare rilasciate agli istituti di credito da parte del ministero delle Finanze. In termini monetari, ciò comporta un balzo nelle transazioni relative a esportazioni definitive di armamento: da 1125 milioni si passa a 1492 milioni di euro (incremento del 32% circa). In pratica le banche hanno avuto maggiori possibilità di operare nel comparto dell'export bellico, come conferma pure il dato globale sui flussi finanziari in calo dal 2004 al 2005 (2012 milioni contro 1775) ma in forte risalita nell'anno successivo quando si è arrivati a 2,27 miliardi di euro.

Continua il trend che vede le banche estere con filiali operanti in Italia accrescere la propria quota di questo mercato: 17% nel 2004, poi 35% nel 2005 e infine 38% nel 2006. In questi mesi si sono levate voci allarmate per l'erosione della leadership italiana su questi affari, gridando alla perdita di controllo politico e sociale causata dalla troppa pressione operata dalle campagne e dai soggetti del mondo del disarmo. Quasi a dire che gli affari delicati è meglio "farli in casa" così almeno possiamo sapere qualche dato in più. I dati sembrerebbero dare ragione a tali paure, ma a discapito di queste profezie allarmistiche va un'analisi più particolareggiata dei numeri. Tra il 2005 ed il 2006 la fetta di flussi finanziari controllata dagli istituti di credito italiani è passata, in termini assoluti, da 1145 milioni di euro a 1395 milioni di euro. Nonostante le campagne, gli articoli e le pressioni di associazioni e organismi della società civile... Come a dire che, nonostante non si sia ritornati ai livelli del 2004, anche le banche tricolori stanno riprendendo a fare i loro buoni affari di transazione e che l'aumento della quota straniera si deve solo al fatto che "c'è più trippa per tutti", visto l'incremento complessivo già analizzato.

I protagonisti della partita sono sempre gli stessi: il gruppo SanPaolo-Imi incrementa in maniera esponenziale la propria quota passando da 164 milioni di transazioni a ben 446 milioni. Anche il gruppo Bnp-Paribas supera la quota massima dello scorso anno, attestandosi sui 290 milioni di euro. Questi due istituti coprono da soli praticamente la metà delle transazioni dovute a esportazioni definitive. A seguire vengono Unicredit (in flessione del 15%), la Banca nazionale del lavoro (+33%), Deutsche Bank (-14%), Banco di Brescia (con uno sbalorditivo +95%) e Commerz Bank (in crescita dell'85%).

Tutte queste banche si piazzano in una fascia dai 74 agli 87 milioni di euro di transazioni. La Banca popolare italiana, che passa da 14 a 60 milioni, guida il gruppo di tutte le altre inseguitrici dai 60 milioni di euro in giù. Preoccupa in questa fascia la ripresa delle autorizzazioni su Banca Intesa che aveva annunciato un cambio di politica negli scorsi anni ma passa da 163.000 euro a 46 milioni, e che ora dovrà affrontare la sfida della fusione con SanPaolo-Imi. Problematica risulta pure la presenza di Banca popolare di Milano (17 milioni di euro -50% dallo scorso anno), al centro di una grossa discussione insieme a Banca Etica di cui è socia fondatrice e per la quale opera anche all'interno di Etica Sgr e della gestione fondi.

Va infine notata la drastica discesa delle autorizzazioni riferite a Banca di Roma, circa 100 milioni di euro in meno in un anno (da 133 a 36), così come spariscono in pratica alcuni istituti di respiro più locale legati a commesse particolari e forse episodiche (Cassa di risparmio della Spezia). Nel complesso un mercato italiano degli armamenti in piena salute e capace di valorizzare al meglio la crescita di impatto e di forza del colosso nazionale Finmeccanica. Spesso e volentieri non considerando pienamente indicazioni e riflessioni di carattere sociale e politico, come invece prescrive in modo chiaro e trasparente la nostra legislazione, magari non perfetta... magari da migliorare... ma che ci permette ancora -e come ogni anno- di condurre le nostre opportune riflessioni a partire da dati certi e incontrovertibili.

*Controll Arms Italia

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il