L'Italia non viene accettata come sede degli europei di calcio 2008: perdita di 800 milioni di euro

Il comitato esecutivo dell'Uefa boccia la nostra candidatura, assegnando gli Europei 2012 a Polonia e Ucraina. L'Italia paga gli scandali e le violenze, ma soprattutto l'inaffidabilità del sistema calcistico. Un danno di oltre 800 milioni



Quando la Francia ci sconfisse al golden gol, negli Europei 2000, Giovanna Melandri, allora ministro per i Beni e le Attività Culturali, scese col presidente Ciampi negli spogliatoi per consolare la squadra. Oggi che un altro francese si prende gioco dell'Italia, occorrerà trovare qualcuno che consoli lei, il ministro dello Sport che scoppia in lacrime per la nuova beffa. Con una inaspettata e diabolica decisione, l'esecutivo Uefa di Cardiff ha assegnato l'organizzazione dei campionati europei di calcio del 2012 all'inedita coppia Polonia-Ucraina, con otto voti a favore contro quattro, sovvertendo clamorosamente il pronostico e svergognando limiti e mancanze dell'italico sistema pallonaro, aprendo un armadio pieno di scheletri in bella mostra. E così l'Italia campione del mondo, premiata dalle classifiche e sbertucciata dai media di mezzo mondo, torna a casa a capo chino, e incassa una sconfitta politica e sportiva di proporzioni notevoli, preludio, chissà, a un terremoto di cariche e poltrone, o più probabilmente ennesimo naufragio di passaggio, dal quale per miracolo usciranno tutti sani e salvi.

In realtà la sconfitta di Cardiff, tanto sonante quanto inattesa, ha radici lontane e parecchi padri. Gli scandali di Calciopoli, una federazione commissariata per mesi, un governo che non riesce a far fronte all'emergenza violenza sono solo le punte dell'iceberg contro il quale il nostro calcio si è da tempo incagliato, incapace di purificarsi nonostante i successi sul campo, anzi, forse illuso che la Coppa del Mondo funzionasse da azzurra panacea. Anzi, ce n'è abbastanza per pensare, che il nostro paese non meritasse affatto una simile vetrina (e una valigia piena così di quattrini) per dare un colpo di spugna al passato e una rinfrescata all'immagine. Come avrebbe potuto farlo, d'altra parte, se si pensa che Franco Carraro, uno degli uomini più invischiati nelle inchieste degli ultimi mesi, fa parte a pieno titolo del comitato dell'Uefa chiamato a decidere? O che i fatti violenti di Roma-Manchester, per non parlare del nuovo capitolo dell'inchiesta Calciopoli, con le carte svelate dalla Procura di Napoli, siano stati subito dimenticati dall'opinione pubblica europea e dalle massime istituzioni sportive, che al contrario di noi non hanno la memoria corta?
Come a dire, che un po', in fondo, ce la siamo anche cercata, sottovalutando i nostri limiti e forse anche le qualità delle federazioni emergenti, pronte a sfruttare l'occasione della vita, ben protette e valorizzate dal new deal dell'Uefa che dalle parole oggi passa ai fatti. Il nuovo corso ha il ghigno astuto di Michel Platini, che alla austerità francese aggiunge quel pizzico di perfidia tipicamente italiana. E che se oggi se la ride per la beffa che regala ai suoi cugini, quasi una punizione, come accusano imprecanti gli sconfitti delusi, in realtà per la prima volta fa seguire al sistema calcistico una strada un po' diversa da quella del businnes, una sterzata più in linea col rispetto delle regole che con il vangelo degli sponsor. Anche se le due vincitrici, che oggi si sentono "davvero indipendenti" (come dice il presidente federale ucraino Grygory Surkis), qualche problema ce l'hanno anche loro, tra partite truccate in Polonia e la delicatissima situazione politica in Ucraina. Ora, però, possono pianificare un evento di portata storica, proprio grazie alle aperture del neopresidente Platini, che da sempre aveva annunciato di voler potenziare le piccole realtà, in netta rottura col borioso Johansson, lo svedese a capo dell'Uefa per quasi vent'anni.

All'Italia, invece, resta in mano una bomba ad orologeria, che i tanti protagonisti già si scambiano impauriti, avviando un "dagli all'untore", destinato a durare settimane. Matarrese se la prende con Platini, col sistema con cui è stato eletto (favorito dalle piccole federazioni, appunto), Abete, in sella alla Figc da due settimane, parla di "scelta politica, per aprire la porta a 85 milioni di europei", la Melandri si asciuga le lacrime e reagisce sperando di vincere sul campo, il vecchio Zoff si dice sorpreso, ma ammette la "grave sconfitta". Immancabile il coro politico trasversale che accusa il governo e la Melandri (Prodi si è limitato ad esprimere "dispiacere"), così come il moltiplicarsi di interpretazioni e commenti sulle motivazioni di uno smacco che oltre alla politica di governo e ai vizi di sistema, coglie nel segno la mentalità sportiva di ogni singolo italiano, isolandoci dal sentire sportivo di tutta l'Europa, e confinandoci nello scomodo ruolo di malati gravi del sistema calcistico europeo. E non da ora, anzi, perchè la scelta dell'Uefa ci ricorda che lo siamo da tempo, e ci dà la sberla necessaria per rendercene conto. Anche dalle prime reazioni dei politici, infatti, emerge non solo l'indignazione e l'amarezza per l'occasione persa politicamente e per gli errori di gestione della nostra delegazione, ma l'orgoglio ferito dei tanti onorevoli appassionati, gli ultras di Montecitorio in prima fila nelle tribune vip (talvolta più facinorose delle curve), che quando si tratta di pallone non riescono a scindere il tifoso dal politico, come forse adesso, invece, sarebbe necessario. Oltre all'onta, infatti, oggi parlano le cifre, a cui gli incravattati manager sportivi e gli aitanti politici appassionati non potranno non fare caso. Il danno economico, infatti, è stimato attorno agli 800 milioni di euro (un conto secondo molti approssimato per difetto), per la mancanza di introiti pubblicitari e dei diritti televisivi, per le ricadute sul turismo e sull'economia, come successo già per la coppa America di vela in corso, a Valencia e non a Napoli, e le Olimpiadi del 2004, in cui Atene battè Roma. Inoltre, pesa la perdita della possibilità di ristrutturare i nostri vecchi stadi (tra i quali Roma, Milano, Firenze, Bari), o di costruirne di nuovi (Torino, Napoli, Palermo), un restiling che sarebbe servito anche come giro di vite per l'allarme violenza, oltre che per rimpinguare le casse delle società, ma che, nel ricordo del saccheggio affaristico di Italia 90, avrebbe rischiato di diventare l'ennesima riffa all'italiana. Si proverà a farlo lo stesso, ma non sarà la stessa cosa.

L'Italia che esce ridimensionata dalla scelta di Cardiff, non sembra davvero pronta a una concreta messa in discussione di un sistema ancora troppo lontano dal cambiare realmente. Oggi si lecca le ferite in pubblico, ma sentendosi in qualche modo violata, raggirata, sconfitta ingiustamente come da un errore arbitrale, privata del suo giocattolo preferito, la cui mancanza non può essere paragonata davvero a nessun danno economico. In fondo non è la prima bocciatura di un paese già troppe volte disconosciuto dall'Europa. Ma stavolta è diverso. Guai a toccarci il pallone.

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il