L'ambasciatore americano invita l'Italia al libero Mercato

Ronald Spogli, ambasciatore Usa in Italia, si è nuovamente prodotto in una delle sue performances che lasciano il segno in quanto ad arroganza politica e carenza diplomatica. In un articolo al 'Corriere' l'invito al nostro paese ad aprir



Il minimo che si può dire di Ronald Spogli, ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, è che è un grafomane. Non di dispacci diplomatici al suo governo, non di note riservate al nostro, ma di lettere aperte e articoli sui giornali. Ronald Spogli ama fare la lezione, in perfetto stile "grande fratello", al paese latino di cui è ospite: si sa, questi italiani sono tanto simpatici, ma un po' pasticcioni; ci vuole qualcuno che li guidi per mano verso la modernità e la concorrenza, che li liberi dallo statalismo e dagli impacci burocratici.

Così il mese scorso l'ambasciatore ha scritto una lettera aperta al popolo italiano, per invitarlo a "non demordere dalla costruzione della democrazia" in Afghanistan, e a non ritirare i soldati da laggiù (poco tempo prima aveva anche invitato i suoi connazionali a non recarsi a Vicenza per non essere coinvolti in pericolose manifestazioni di piazza). La stessa cosa, ma in un altro campo, sta facendo in questi giorni con dichiarazioni pubbliche e un articolo sul "Corriere della Sera" in cui invita l'Italia ad aprirsi agli investimenti stranieri, a modernizzarsi, a sposare convintamente le regole del libero mercato.

L'ambasciatore pensa forse di rivolgersi all'Iraq, dove il suo paese sta costruendo un ammirevole esempio di democrazia e di libero mercato; o forse al Libano, dove gli Stati Uniti hanno stimolato una rigogliosa "rivoluzione dei cedri", che ha portato quel paese sull'orlo della guerra civile; o all'Ucraina, dove hanno finanziato la rivoluzione arancione, con il ragguardevole risultato che adesso il paese è nel bel mezzo di una gravissima crisi istituzionale, spaccato in due tra filooccidentali e filorussi. O forse pensa di essere in America latina, dove i "consigli" della Banca mondiale e le esortazioni al libero mercato hanno portato quel continente alla bancarotta, dalla quale sta emergendo soltanto adesso dopo avere abbandonato le ricette neoliberiste e grazie ad una robusta dose di antiamericanismo.

Forse l'ambasciatore non si è reso conto che esercita il suo importante ruolo in un paese che è la settima/ottava potenza economica del pianeta, e la quarta dell'Unione europea. Certo, un paese che ha molti problemi, di crescita economica e di finanza pubblica, con un debito pubblico altissimo e un deficit di bilancio che sta solo ora rientrando nei parametri europei. Dimentica però che se il suo, di paese, facesse parte dell'Unione europea, sarebbe sanzionato per il debito pubblico al 76 per cento del PIL (oltre 8000 miliardi di dollari), e per il deficit di bilancio al 3,5 per cento del PIL. E dimentica che, nonostante l'Italia sia afflitta da acuti squilibri e ingiustizie sociali, questi sono di gran lunga inferiori a quelli che vi sono nel suo paese, dove -per citare i dati di un recente studio- il 10 per cento della popolazione detiene il 49% della ricchezza e soltanto l' un per cento il 25%; e dove il tasso di criminalità è circa dieci volte superiore a quello italiano, nonostante la popolazione carceraria sia venti volte quella italiana. Per non parlare delle stragi a mano armata...

Dimentica anche, l'ambasciatore, quando invita il governo italiano ad aprirsi alla concorrenza, che anche dopo i recenti accordi di liberalizzazione delle rotte aeree, gli Stati Uniti vietano alla compagnie europee di volare sulle tratte interne americane; che il suo governo mentre predica il libero mercato per i propri prodotti industriali, esercita un rigido protezionismo sui prodotti agricoli dei paesi in via di sviluppo; che l'anno scorso gli Stati Uniti hanno bloccato l'acquisto da parte di una società cinese di una compagnia petrolifera americana e solo pochi mesi fa hanno bloccato l'acquisto di una società portuale americana da parte di una società inglese perché di proprietà degli Emirati arabi.

Tutte queste cose l'ambasciatore le dimentica, o forse non le ha mai sapute perché in realtà non è mai stato un ambasciatore e neppure un industriale. Mr. Spogli, titolare della Freeman & Spogli, si è arricchito sul mercato finanziario, del trading e della speculazione di borsa, senza mai produrre nulla. Ha acquisito titoli di merito finanziando un think tank di destra, il Freeman & Spogli Center della Stanford University (la stessa di cui Condoleezza Rice è stata rettore). Ma soprattutto si è conquistato la gratitudine di George Bush finanziando le sue campagne elettorali, con oltre 100.000 dollari nel 2000 e altrettanti nel 2004, il che gli è valso il titolo di "pioniere" nel pantheon bushiano (non stiamo scherzando: i finanziatori di Bush ricevono, in base alla quantità di soldi che sborsano, i gradi di "pioniere" e di "ranger" - Spogli è un pioniere, il suo socio Freeman è un ranger).

Grazie a questi soldi e alle sue entrature repubblicane ha potuto comperarsi -al pari di molti altri- il titolo di ambasciatore. Eh già, perché il suo caso non è unico, anche se neppure Bush si sognerebbe di nominare ambasciatore a Parigi o a Londra o a Berlino una persona così priva di qualificazioni diplomatiche, a parte il fatto che il cognome termina con una vocale. L'ultimo è quello di Samuel Fox, nominato ambasciatore a Bruxelles contro l'opposizione del congresso, per l'unico merito di avere finanziato la campagna elettorale di Bush nel 2004.

E' quindi comprensibile se Ronald Spogli nell'esercizio delle sue funzioni si comporta più come un agit-prop di partito che come un rappresentante del proprio paese, più come un procacciatore di affari che come un diplomatico. L'unica cosa che gli raccomanderemmo è: lasci perdere i moniti e le esortazioni, gli appelli alla democrazia e al libero mercato - tutte cose certamente importanti sulle quali gli italiani, come altri, hanno sicuramente molto da imparare. Se proprio deve farci la lezione, lo faccia con più discrezione. Come diceva Totò, ci facci il piacere, ambasciatore!

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il