Elezioni presidenziali russe: sarebbe già scelto il successore di Putin

Le manganellate di Mosca e San Pietroburgo sembrano avere una certa continuità. A Mosca dissidenti ed oppositori sono sotto accusa.



Le manganellate di Mosca e San Pietroburgo sembrano avere una certa continuità. A Mosca dissidenti ed oppositori sono sotto accusa. Si muovono polizia e magistrati. E ancora una volta c’è, in Russia, una situazione delicata e difficile che va esaminata con molta attenzione (e preoccupazione…) proprio perché tutto è in movimento, mentre si dispiega una competizione senza frontiere tra mercati finanziari vecchi e nuovi. Si è così di fronte ad uno sfacciato tradimento delle promesse e ad una sorta di fallimento politico di quel disegno “democratico” - post-eltsiniano - tanto propagandato. Cerchiamo di districarci in questo labirinto geopolitico che si è andato sempre più caratterizzando, negli ultimi tempi, con il prevalere di un dibattito politico che ha solo enfatizzato i contrasti tendendo a risolvere ogni confronto in una questione di schieramenti. E, di conseguenza, lacerando il Paese. Partiamo, per questo tentativo di ricostruzione analitica, dagli ultimi fatti.

Putin, tra potere e strapotere, s’impone all’attenzione locale e mondiale per il suo piglio manageriale, per il suo decisionismo e per il suo presenzialismo. E’ riuscito a creare una sua “nomenklatura” – politica e finanziaria – che mostra, all’esterno, un volto rassicurante e pacato. Ma quando tale situazione è vista e studiata da vicino si scopre – senza difficoltà – che questa nuova categoria rivela tutti gli aspetti dell’attuale sistema. E si comprende che siamo alla presenza di una grande trasformazione epocale.

Perché la Russia post-sovietica ha abbattuto le costruzioni ideologiche e le culture egemoniche e al Cremlino è arrivato questo personaggio nuovo per la tradizione russo-sovietica. Un uomo che, invece di uscire dalle scuole di partito o dai ranghi del funzionariato comunista, ha raggiunto il massimo comando arrivando direttamente dai centri dell’intelligence. Ha così avviato la costruzione di una struttura globale capace di controllare il Paese senza ricorrere ai filtri della politica. Potere e strapotere, quindi, come inquilini del Cremlino.

Putin, comunque, comprende anche che i tempi non possono essere bruciati. Sa che la Russia registra ancora la presenza di comunisti legati alla vecchia cordata. Conosce le tentazioni del nazionalismo e le teorie dello sciovinismo. E così scende a compromessi più o meno onorevoli. Nessuna epurazione sancita da leggi e regolamenti, ma un allontanamento strisciante delle persone considerate “a rischio”. Per il resto spazio a tutti. Con un ben preciso e minimo denominatore comune: largo ai ricchi, agli oligarchi, agli arrampicatori sociali.

E per tenere uniti tutti mette in campo organizzazioni “politiche” che solleticano le corde del nazionalismo russo. Un esempio viene in questi giorni di tensione con la propaganda del Cremlino che oppone - a quanti parlano della necessità di dare vita ad una “Nuova Russia” - uno slogan sciovinista ed antidemocratico: “La Russia è una sola. Punto e basta!”.

La parola degli scontenti è ora la grande novità del momento. E’ avvenuto, infatti, quello che nessuno aveva previsto. E cioè che a scendere in piazza contro Putin e il suo sistema non sono stati i comunisti di Ziuganov e tutti gli altri esponenti della galassia social-rivoluzionaria e social-sciovinista. Questa volta la protesta è tutta di matrice piccolo-borghese. E non a caso alla testa si trovano personaggi come lo scacchista Kasparov e l’ex premier Kasjanov. Esponenti di una “nuova classe” che fino ad ora non si era manifestata apertamente. Questo vuol dire che entrano in campo figure non legate al vecchio regime sovietico e non (questa la novità) incasellabili nella nomenklatura attuale. Non a caso si parla di “scontenti”.

Che però non vanno a genio ad un ex dirigente dell’Urss come Gorbaciov. Il quale commenta i fatti di queste ultime ore nel corso di una conferenza stampa organizzatagli ad hoc. "Qualcuno – dice il grande ex - vuole complicare la situazione per destabilizzarla". E poi parla dei nuovi dissidenti, li condanna e ribadisce che: "I partiti d'opposizione servono, ma si deve trattare di partiti rappresentati in Parlamento”. Come dire che chi non è alla Duma non deve disturbare il manovratore. Nessuno spazio, quindi, a marce di protesta perché – dice Gorbaciov - l'epoca dei meeting nella società russa è finita, appartiene solo al passato.

Lo sfarinamento della maggioranza comunque, è un fatto reale. E Kasparov – nonostante le azioni repressive – sembra intenzionato ad andare avanti. Con il suo sito Internet che diviene la voce della nuova opposizione. La linea strategica è quella di una lotta generale contro il Cremlino, contro gli oligarchi interni ed esterni. Il disegno è quello di costruire una nuova Russia. Ma la risposta che arriva dalle cupole del Cremlino è di chiusura totale.

Dal vertice arriva un frullato di parole che investono quotidianamente il Paese. E come avveniva nel passato sovietico la linea è quella dell’insulto e delle calunnie. Il potere non entra nel merito delle questioni fondamentali poste dall’opposizione. Sfodera, invece, un armamentario di “accuse” che sembrano uscite dai brogliacci del vecchio Kgb. Si parla del “pizzetto caprino del leader dei neonazisti Limonov” e si descrivono le “paffute guance dell'ex primo ministro Kasjanov”. Del quale si dice che era un burocrate bollato come "Il signor 2%", un eufemismo per dire che amava le bustarelle.

E di Limonov – che è un nazionalista con forti caratteristiche scioviniste – i laudatores di Putin dicono che si tratta di uno “scrittore dilettante, trasformatosi da propagandista della pederastia a leader di un'organizzazione clandestina di sbandati”. Non si salva nemmeno Kasparov. Il Cremlino gli ricorda di essersi “arricchito” grazie anche ad intrighi di corridoio. E poi lo bolla come “agente americano”, membro autorevole di un Istituto di studi degli Usa, proprietario di una lussuosa residenza nel centro di Manhattan…

Accuse tutte che cadono in una società che conosce però anche l’altra faccia della medaglia. Una società che ben sa il ruolo che svolgono – al vertice del Paese – personaggi chiacchierati come Ciubajs (l’uomo delle liberalizzazioni selvagge) o i tanti e tanti altri uomini della cordata di Putin sistemati nei vertici delle maggiori organizzazioni economiche e bancarie. Tutto questo per non parlare del fatto che il Cremlino di oggi non ha ancora resi noti quegli accordi segreti fatti con Eltsin per lasciargli una vita da pensionato-extralusso… E perché – chiede la gente russa – non si aprono inchieste sulla gestione autoritaria e incontrollabile di una città come Mosca? Come mai non si parla del ruolo dell’industria militare che domina grosse fette di economia? Tutto questo per non parlare delle mire del Gasprom e di altri giganti del settore energetico e per non infierire sulla ferita cecena…

La gente russa, infine, mostra sempre più preoccupazione per l’evolversi della campagna per le prossime elezioni presidenziali. Perché tutto sta a dimostrare che non si tratterà di “elezioni” in quanto i giochi sono stati già fatti. Intervengono in questo momento i soliti bene informati. Si parla di “fonti anonime” ed ”altolocate” che lanciano messaggi che non hanno nulla di democratico. Si parla, per il Cremlino del futuro, di “giochi già fatti”. E un quotidiano autorevole come <em<Nezavisimaja Gazeta annuncia che il prossimo presidente della Russia dovrebbe essere Serghej Ivanov, mentre il suo principale antagonista, il primo vicepremier Dmitrij Medvedev, dovrebbe essere nominato primo ministro al posto dell'attuale Fradkov.

Per sostenere queste voci il giornale moscovita rilancia due recenti interviste rilasciate da Ivanov e Medvedev, rispettivamente al <em<Financial Times e alla rivista russa <em<Itoghi. Nell'intervista rilasciata al quotidiano finanziario britannico, l'ex ministro della Difesa – Ivanov, appunto - tocca temi che non riguardano solamente la politica estera, bensì anche quella interna. Ed è questa una chiara prerogativa di un vero potenziale pretendente alla poltrona presidenziale.

E c’è dell’altro. Sempre secondo Nezavisimaja Gazeta, a partire dal 15 febbraio scorso, da quando cioè Ivanov ha lasciato l'incarico di ministro della Difesa per ricoprire quello di primo vicepremier, i canali televisivi statali russi ORT, RTR e NTV hanno iniziato a dedicargli assai più tempo rispetto che in precedenza: quasi il doppio. Tutte queste investiture mediatiche avanzate mentre non è ancora partita la campagna presidenziale destano un allarme democratico. Nessuno dei “candidati” in questione ha ufficializzato la sua candidatura.

Vuol dire questo che si è alla investitura dall’alto. Una sorta di picnic tra compagni di cordata con merende oltre le mura del Cremlino. Un ritorno agli anni dello Zar, ma Putin, forse, dovrebbe dire qualcosa di diverso. Almeno per bloccare il fiume degli scontenti. Che cresce, manganellate o no.

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il