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Pensioni novità e ultime notizie quota 101, mini pensioni, quota 41, part time, quota 100 tutti i piani cambiati attuali

Come modificare l’attuale legge pensioni con le ipotesi di lavoro in discussione: cosa cambierebbe, requisiti e per chi varrebbero




La Commissione Lavoro, solo qualche giorno fa, ha presentato un nuovo testo che riunisce le ipotesi di uscita con quota 100, data dalla somma di età anagrafica e contributiva, e attende pareri dai Ministeri competenti, novità però difficile da approvare che se trova sostegno da parte di Parlamento, sindacati, minoranza Pd e Lega, non piace a molti. Tra le ultime notizie di modifica dell’attuale legge pensioni ancora in discussione piani di quota 101, presentato dalla Cigl, per andare in pensione con 41 anni di contributi per tutti e 60 anni di età, e quota 41, vale a dire di pensionamento con 41 anni di contributi per tutti, indipendentemente dall’età anagrafica, proposta che potrebbe essere vantaggiosa soprattutto per i lavoratori precoci che hanno iniziato a lavorare sin da giovanissimi.

Cambiano anche staffetta generazionale, mini pensioni, assegno universale: partendo dall’assegno universale, che non verrebbe erogato a tutti, come accade in tutti gli altri Paesi europei, ma, come proposto dal presidente dell’Inps Boeri, solo agli over 55 che perdono il lavoro ma non possono ancora andare in pensione, ancor più limitato dalla proposta del ministro del Lavoro Poletti che vorrebbe approvarlo sì per gli over 50 che perdono il lavoro ma per un periodo limitato di due anni e a patto che dimostrino di essere alla ricerca concreta di un nuovo impiego.

Novità anche per staffetta generazionale e mini pensione, con la proposta di part time e pagamento iniziale dei contributi parzialmente a carico dell’azienda che, però, anticiperebbe solo i soldi al lavoratore. Una mini pensione, dunque, per permettere ai dipendenti d’azienda di andare in pensione prima. L’ipotesi prevede che azienda e lavoratore trovino un accordo per l'uscita anticipata. Per sostenere il turn over e il ricambio generazionale a lavoro, con conseguente rilancio dell’occupazione giovanile e delle competitività, l’azienda, pagherebbe i contributi al lavoratore che decide di passare al part time fino al raggiungimento dei normali requisiti di accesso alla pensione.

Ma la quota di pensione pagata dall’azienda dovrà poi essere restituita dal lavoratore, tramite l'Inps, con piccole decurtazioni mensili sull’assegno finale. Se, per esempio, un lavoratore matura una pensione di mille euro al mese e decidesse di lasciare il lavoro due anni prima ricevendo un prestito di 800 euro al mese dovrebbe restituire all'azienda 20.800 euro e ipotizzando che, una volta maturati i requisiti per uscire, percepirà la pensione per 15 anni circa, la decurtazione potrebbe aggirarsi sui 1.400 euro l'anno, poco più di 100 euro al mese su 1.000 euro di pensione finale.

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Autore: Chiara Compagnucci
pubblicato il